Lento, disincantato, ostinato. Sul palco appariva spaesato, impacciato. Gino Paoli non funzionava, e proprio per questo funzionava benissimo. Non apparteneva a niente e nessuno, era un ribelle che usava il sistema, opportunista come i gatti che amava, serio e inaffidabile. Fuori tempo e necessario. Un uomo contraddittorio, egoista e generoso, bugiardo e trasparente, sfrontato e rispettoso. Nacque pittore e si arricchì per sbaglio come cantante, dopo aver scritto casualmente canzoni anomale, che parlavano di cieli in una stanza e di mani senza fine. Canzoni che accadevano come accade la poesia. Un uomo che ha attraversato la vita irridendola, conoscendo la ricchezza, il successo e la rovina, e portando nel petto una pallottola che si è fermata a un millimetro dal cuore. Un poeta capace della profondità e della semplicità dei veri poeti, uno che sapeva togliere, invece che aggiungere. Il suo canto ruvido, a tratti sgraziato eppure così penetrante, era il suo specchio. Resterà come quei sassi che il mare ha consumato, ma che sono ancora là.