L’emozione di applaudire Philip Glass sul palcoscenico del Comunale Nuveau al termine dello spettacolo “Etudes” andato in scena il 23 e 24 settembre scorsi è stata grande, ascoltare la sua musica in questo progetto tra danza e video arte è stato una sorpresa, il risultato del lavoro di tanti artisti internazionali attorno alle sue musiche ha prodotto qualcosa di diverso dalle aspettative.

Danzatori e danzatrici si sono sicuramente mossi in un atmosfera sospesa, magica. La musica, ora dal vivo prodotta su strumenti anche inconsueti, ora registrata, ma sempre con timbri particolari e intriganti, ha creato suggestioni che rimandavano a paesaggi esotici o addirittura a luoghi della mente più che impastarsi di realtà materiali.

Impossibile narrare i singoli Études, farne una descrizione. Dei 12 brani di Glass scelti dal curatore musicale Oscar Pizzo e delle relative rese sceniche è forse possibile conservarne qualche immagine nella mente o sensazione, ora visiva, ora sonora, o catturata con altri sensi fino alla mente o all’anima. Lo spettacolo comincia con una frase del compositore che ci avverte del fatto che “gli Etudes sono come un autoritratto, in un certo modo, cosa che in realtà non avevo previsto, ma che era inevitabile”.

Dell’Etude 1 coreografato da Shintaro Hirahara mi resta l’impressione di movimento incessante della melodia arrangiata per il kato (da Mana Yoshinaga) che dava una sensazione di tranquillità e di eternità sul quale si innestava il movimento gioioso, dei tre danzatori. Resta l’immagine del colore azzurro cielo del costume della danzatrice Sara Mignani e la sua espressione quasi smarrita, come presa in un vortice di rivolgimenti dai due colleghi Xhoaki Hoxaha e Nicolò Troiano. Dell’Étude 19, dello stesso coreografo, mi resta l’immagine del colore rosso dei drappi nei quali alcuni danzatori e danzatrici si sono avvolti diventando delle masse che prendevano forma creando e ricreando continuamente immagini in un gioco di corpi presenti e visibili e corpi invisibili coperti da questi velluti rossi che rimandavano all’idea del teatro, ma anche alla solennità di abiti regali o sacri. Sulle note questa volta eseguite dal vivo al pianoforte da Simone Sgarbanti, ancora in un ritmo incessante e su temi che si modificano solo lievemente ritornando imperterriti, spiccava il pallore di corpi in aderenti tute bianche o leggeri gonnellini sempre bianchi e ancora in contrasto con le macchie blu dei pantaloni dei danzatori che sia alternavano a questi magnifici movimenti dei corpi nei drappi che potevano anche passare da una danzatrice all’altra scoprendo volti prima coperti e viceversa coprendo quelli prima visibili. La coreografia giocava poi sul rimanere sul posto delle masse rosse, che alternavano soltanto i piani di lavoro corporeo tra alto, medio, basso, e invece lo spostarsi nello spazio dei corpi liberi dai drappi in continuo movimento di incontri e scambi tra di essi. L’Études 11 eseguito al piano da Sgarbanti presentava invece un videowork di Anagoor, compagnia teatrale collettiva che unisce arti performative, filosofia e letteratura in dialogo attraverso il multimediale. Dietro il nome Anagoor ci sono Simone Derai e Paola Dallan di Castelfranco Veneto che teatralizzano questo brano attraverso immagini riprese nel 2018 nella città turca di Sanlurfa colpita dal terremoto di un danzatore sufi rotante che si fa preghiera e insieme testimonianza di una realtà e di una cultura in dialogo con la musica pianistica di Glass con un ritmo perpetuo e ossessivo come le rotazioni del danzatore.

Étude 18 ha visto in scena Agnese Trippa e Nicolò Troiano danzare sul suono del pianoforte di Sgarbanti portando al pubblico la coreografia questa volta della celebre Lucinda Childs, che aveva collaborato con Glass e Robert Wilson per il famoso “Einstein on the Bech“. Il brano è emozionante, un passo a due che trasmette calore e gioia della vita forse perchè i due danzatori sono inondati da una luce calda, gialla come se il sole della piena estate filtrasse da una finestra da qualche parte dentro alla scatola nera del teatro ed entrambi i danzatori hanno vestiti di seta, leggeri, scivolosi, come una danza in un contesto domestico, privato, fatto di intrecci di braccia, di legami da stringere e mantenere saldi senza perdere il contatto tra le quattro mani.

Etude 5, ancora della coreografa Childs e sempre sulle note del pianoforte, è un brano più geometrico, riflessivo. Ancora in scena un trio Sara Mignani, Nicolò Troiano e Irene Venuta. I movimenti hanno più spigoli, presentano un movimento e poi prevedono come delle pause, delle sospensioni. E’ come se le mani, a palmi in su, offrissero al pubblico un pensiero, un tempo per meditare. La direzione di movimento sembra essere non più circolare ed avvolgente come nel brano precedente, ma è lineare, i danzatori e danzatrici si muovono orizzontalmente lungo il palcoscenico e su binari differenti, il colore che spicca è il bianco delle tute, la luce è fredda.

Étude 20 presenta un altro momento di video arte. Il video è del giapponese Hiroshi Sugimoto noto per i suoi metafisici Paesaggi marini. Al piano ancora Sgarbanti. il brano è intenso, il tono meditativo, le immagini propongono un mare calmo, in una luce gelida, grigia, di un celo invernale di ghiaccio. Étude 6 ha le coreografie di Michele Pogliani fondatore nel 2015 del progetto formativo e creativo MP3 Dance Project con giovani danzatori che ha dato vita allo spettacolo “Philip Glass Étude” nell’edizione bolognese, che è l’edizione ripensata per il difficile spazio del Comunale Nuveau, di quanto andato in scena nel 2024 a Roma all’ Auditorium della Nuvola col titolo “Dancing Glass” nell’ambito del programma EUR Culture. Nella coreografia i due danzatori hanno il volto coperto dal costume una specie di tuta che comprende anche il capo che li rende quasi come dei manichini di De Chirico, ma la tuta aderente color carne ha anche una specie di drappo sul davanti che fa da abito, mantello. Il cono di luce bianca che li isola dal nero intorno nel fa come due esseri sovrannaturali. L’uno davanti all’altro, in un dialogo gestuale di grande intensità.

Étude 2 vede la musicista Anna- Lisa Eller sul palco a suonare il bellissimo e misterioso strumento chiamato Kannel, mentre la scena è occupata dal video di Fabio Cherstich, regista e scenografo teatrale e di opera, realizzato insieme a Piegiorgio Casotti. Brano molto suggestivo mentre passano le immagini di una montagna ghiacciata e di aquile che volano nel cielo che ben si amalgamano al suono così gelido, chiaro, e magico dello strumento in scena.

Étude 16 è travolgente grazie alla coreografia e alla danza in stile afro dell’artista queer non binario sudafricano Llewellyn Mnguni. L’arrangiamento musicale di Glass è fatto da Philip Miller. Il pezzo ha entusiasmato il pubblico per le sonorità afro, l’uso della voce, i sospiri. Il danzatore è isolato da fasci di luce che lo seguono nei movimenti agitati e frenetici, indossa un costume molto importante con una lunga gonna nera, un corpetto verde, elementi dorati in vita nelle spalle, ha un portamento fiero e movimenti energici. Un’esplosione di vitalità e gioia.

Molto diverso il videowork di Shirin Neshat sull’Étude 1 arrangiato per ensamble da Kudsi Ergunter. Il video è ambientato in un luogo desertico, due donne una arriva da direzione opposta all’altra e si incontrano, quasi si sfidano ma non si toccano. Tutto vive nei loro sguardi. Una delle due donne esce da una struttura architettonica molto intrigante, una casa che sembra avere sulla testa un enorme fungo di una struttura contemporanea in mezzo al nulla, poi solo pietre intorno. il video utilizza dei filtri che distorcono le immagini delle due donne, come se la realtà di quelle pietre e di quei corpi dovesse essere distorta per apparire l’una all’altra e a noi che osserviamo, meno reale e più frutto di un pensiero, di una possibilità di universi paralleli che non si devono per forza incontrare ma possono restare dietro degli specchi deformanti.

Etude 13 e 14 e infine il n. 3 torna a fare esplodere la gioia con la coreografia di Cassi Abranches che vede tutti i danzatori del MP3 Project in scena danzare sull’arrangiamento musicale dello studio realizzata dalla musicista brasiliana pandeirista Roberta Valente, produttrice e studiosa di choro e samba. Qui due danzatrici hanno una tuta giallo oro e gli altri tute blu inizialmente, nel momento finale dell’Étude 3 sarà poi un esplosione di luce con tutto il gruppo di danzatori e danzatrici in giallo oro sul fondale rosso. I brani sono un susseguirsi di duetti e momenti collettivi, il movimento è rapido, entrate e uscite molto coinvolgente, ma talmente alto è il ritmo dei cambi, delle sorprese, che non si trattiene un ricordo del percorso.

Uno spettacolo davvero intenso, con qualche momento faticoso, di fronte a paesaggi naturali quasi immobili nei lavori video, pieno di emozioni di fronte a coreografie interessanti e spiazzanti. Dopo molti anni che non ascoltavo Philip Glass, dopo averne fatto forse indigestione a fine anni ’90 quando l’ho personalmente scoperto attraverso famosi brani e album, ascoltandoli e riascoltandoli, è stato come riscoprire una vecchia conoscenza con uno sguardo nuovo, ritrovando tutti i motivi per cui allora mi aveva tanto entusiasmata e coinvolta. Unita alla danza la musica di Glass assume altri significati, coinvolge altri sensi riuscendo a suonare in modo inedito. Il gesto musicale unito al gesto scenico portano il pubblico in altre dimensioni trasformando la percezione in in meraviglia.