Le loro inchieste hanno squarciato il velo sugli interessi della criminalità organizzata nel settore della ristorazione di Bologna e spesso ai loro lavori sono seguite inchieste della magistratura che hanno portato anche a sequestri ed arresti. Per il loro giornalismo d’inchiesta sono stati spesso diffidati dalle società di cui si sono occupati, dovendo difendere il lavoro svolto anche in tribunale.
Ora però c’è un’azienda che avrebbe voluto dissuadere addirittura un’Amministrazione comunale dal proiettare “La febbre del cibo. Bologna, il tuo odor di benessere”, la videoinchiesta di Libera Bologna realizzata da Andrea Giagnorio e Sofia Nardacchione. E per farlo paventa via legali.

Il giornalismo d’inchiesta sulla ristorazione di Libera e il tentativo di impedirne la proiezione

È successo ad Ozzano dell’Emilia, dove era in previsione la proiezione dell’inchiesta giornalistica presentata all’ultima edizione di Fili, il Festival della Libera Informazione e dell’Impegno di Libera Bologna.
L’inchiesta è il secondo capitolo di un lavoro dedicato all’esplosione della ristorazione nella città di Bologna e i giornalisti hanno passato al setaccio alcuni movimenti sospetti attraverso il filtro tipico del giornalismo antimafia. Giagnorio e Nardacchione non hanno raccontato solo casi giudiziari conclamati di infiltrazione mafiosa nella ristorazione bolognese, ma hanno evidenziato anche attività sospette su cui sarebbe bene fare chiarezza.

Come spesso accade nel giornalismo d’inchiesta, le aziende citate nell’inchiesta giornalistica hanno spesso diffidato o anche querelato gli autori, ma ad oggi non risultano condanne che abbiano certificato come Giagnorio e Nardacchione abbiano diffamato o detto il falso.
In questi giorni, però, si è registrato un cambio di passo rispetto al passato. La società Puliè srl, citata nell’ultima inchiesta, ha chiesto al Comune di Ozzano – che aveva organizzato la proiezione dell’inchiesta per ieri, 26 maggio – di «non consentire la proiezione» e, in caso contrario, ha avvertito che procederà per vie legali anche nei confronti dell’ente.

La ragione della richiesta, riporta Libera Bologna citando il legale della società, sarebbe che «In tale video vi sono affermazioni gravi, del tutto infondate e diffamatorie che riguardano i miei Assistiti».
L’associazione antimafia, in una lettera sull’informazione e la tutela dei giornalisti d’inchiesta, sottolinea però che non è un avvocato di parte a stabilire l’infondatezza o la diffamatorietà di informazioni contenute in un’inchiesta giornalistica, ma un tribunale.
Il tentativo di impedire la proiezione minacciando il Comune di Ozzano di adire a vie legali, quindi, viene da Libera come un «intento fare terra bruciata intorno a noi e nel tentativo di fermare il nostro lavoro».

«Quello che è accaduto è un salto di scala – osserva ai nostri microfoni Giagnorio – Ovviamente noi come giornalisti ci prendiamo la responsabilità di quello che diciamo e scriviamo. Da qui a minacciare di querelare un Comune solo perché ha organizzato una proiezione ci sembra un salto di scala che mette in discussione un principio fondante della nostra democrazia, che è la libertà di informare».
Il giornalista sottolinea come nelle inchieste non si parli sono di fenomeni conclamati di mafia o ‘ndrangheta, ma anche di un fenomeno più ampio, quello del cambiamento del tessuto commerciale bolognese e la presenza di grandi capitali e relativi profitti che stanno modificando anche il tessuto sociale della città.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ANDREA GIAGNORIO: