Quando parla Donald Trump non si capisce mai se le sue parole sono una boutade o rappresentano un effettivo piano delirante, quindi ancora più pericoloso. Non fanno eccezione le posizioni espresse dal presidente statunitense in merito al destino dei palestinesi della Striscia di Gaza: una gigantesca deportazione di massa di 2,4 milioni di persone tra la Giordania e l’Egitto (quest’ultimo già nei piani del presidente israeliano Netanyahu) per “ripulire” la Striscia e farne un gigantesco resort.
Il piano di Trump per Gaza: una deportazione di massa per far spazio al turismo di lusso
L’ipotesi di risolvere la questione israelo-palestinese deportando il popolo gazawi (e magari prendendosi anche tutta la Cisgiordania) era già emerga all’indomani del 7 ottobre 2023, quando cominciarono a cadere le bombe sulla Striscia. In particolare era emerso un piano israeliano che avrebbe voluto spingere la popolazione palestinese in territorio egiziano.
Trump ora parte da quella delirante ipotesi e gioca al rialzo, pensando di coinvolgere anche la Giordania, che dovrebbe aumentare a dismisura i campi profughi palestinesi sul proprio territorio. Ipotesi che rappresenterebbero una seconda Nakba, un esodo forzato dei palestinesi, dopo quello del 1948.
«Ormai Israele è senza freni e le parole di Trump sono molto gravi perché l’idea di “ripulire Gaza” implica una pulizia etnica – osserva ai nostri microfoni Giuseppe Acconcia, docente di Geopolitica del Medio-Oriente all’Università di Padova – È un piano pericoloso, che già era stato rispedito al mittente dal presidente egiziano Al Sisi, ma che in realtà si sta preparando da anni».
In particolare, negli ultimi 15 mesi, quelli del conflitto a Gaza, diversi reportage hanno testimoniato manovre fuori dal valico di Rafah e verso il Sinai. Al Sisi, però, ha sempre risposto che i palestinesi dovrebbero andare nel deserto del Negev.
Acconcia sottolinea come sia l’Egitto che la Giordania, i Paesi indicati da Trump come ipotetici destinatari dei profughi palestinesi, abbiamo una elite politica che ha buoni rapporti con Israele, mentre l’opinione pubblica è contraria al genocidio e ha più volte manifestato per Hamas. Equilibri delicati, insomma, che il piano di Trump rischierebbe di far saltare.
Le uniche certezze che ci sono fino a questo momento sono due: l’ipotesi di uno Stato palestinese si allontana, o meglio: non è proprio un agenda. Ciò che invece dobbiamo aspettarci dai quattro anni di presidenza Trump, osserva il docente, è carta bianca a Israele.
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