A oltre dieci anni da quel drammatico 25 gennaio 2016 in cui Giulio Regeni scomparve nel nulla al Cairo, la prima Corte d’Assise di Roma ha messo un primo punto fermo sulla tragedia del giovane ricercatore friulano. Dopo oltre otto ore di camera di consiglio, la sentenza emessa a Piazzale Clodio traccia un confine tra ciò che è stato processualmente provato e ciò che rimane ancora senza un responsabile diretto. I giudici hanno condannato a dieci anni di reclusione tre ufficiali dei servizi secreti egiziani — il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed — ritenendoli colpevoli del solo reato di sequestro di persona. È stata invece respinta l’accusa più grave, quella di omicidio, contestata al solo Sharif e per la quale la Procura aveva sollecitato l’ergastolo. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato completamente assolto.
La sentenza sulla morte di Giulio Regeni: una prima verità
La decisione stabilisce che Regeni fu prelevato da uomini legati agli apparati statali dell’Egitto e condotto in una struttura nella disponibilità dei servizi del Cairo. Qui, tuttavia, si arresta la verità processuale di questo primo grado. L’Assise ha ritenuto che gli elementi raccolti non fossero sufficienti per attribuire formalmente a Sharif le torturate e l’esecuzione materiale di Giulio, il cui corpo privo di vita venne ritrovato il 2 febbraio successivo lungo la strada tra la capitale e Alessandria. Un vuoto probatorio derivato principalmente da quello che la Procura ha definito un insormontabile muro di omertà eretto negli anni dalle autorità egiziane.
Accanto alle pene detentive, la Corte ha disposto provvisionali immediatamente esecutive a carico dei condannati, stabilendo un risarcimento di 200mila euro ciascuno per i genitori di Giulio, 100mila euro per la sorella Irene e 150mila euro per la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Le motivazioni dettagliate del verdetto saranno depositate entro novanta giorni, termine entro il quale i magistrati romani valuteranno un eventuale ricorso in appello.
I genitori di Giulio, Paola e Claudio, e la sorella Irene hanno accolto la lettura del dispositivo con dignità, confermando quella straordinaria compostezza che ha caratterizzato il loro lungo cammino processuale. Attraverso la legale Alessandra Ballerini, la famiglia ha sottolineato come la fiducia nella giustizia sia stata ben riposta, definendo la giornata un passo avanti per la sicurezza di tutti i cittadini del mondo. Sulla stessa linea il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, e il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, titolare del fascicolo fin dal primo giorno: per gli inquirenti l’impianto accusatorio ha tenuto nella sua parte fondamentale, riuscendo a portare a termine un processo complesso a dispetto della totale assenza di collaborazione da parte del Cairo.
Emblematica è stata la reazione del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani alla sentenza. Tajani ha puntato subito a distinguere le responsabilità individuali dei tre agenti da quelle dello Stato egiziano, ricordando che la sentenza riguarda un primo grado di giudizio e singole persone fisiche. Sullo sfondo restano le ricostruzioni di Matteo Renzi sulle scelte dei governi che si sono succeduti in questo decennio, a dimostrazione di una ferita che rimane del tutto aperta nella politica italiana.
«Una vittoria a metà», ecco cosa manca per avere piene verità e giustizia
Ai nostri microfoni Giuseppe Acconcia, docente di Geopolitica del Medioriente all’Università di Padova e autore del libro “L’Egitto di Al Sisi”, definisce «vittoria a metà» la sentenza.
Da un lato, lo svolgimento del processo sulla morte di Giulio Regeni rappresenta un risultato fondamentale di fronte alle atrocità del regime di al-Sisi, riuscendo a mettere sotto accusa i vertici dell’intelligence e della sicurezza di Stato egiziane a dispetto dell’omertà e del totale ostruzionismo di Il Cairo. Tuttavia, il percorso giudiziario rimane parziale: la condanna si limita al sequestro di persona e non all’omicidio, e pesa come un macigno l’assenza degli imputati, che rende incerta l’effettiva esecuzione delle pene e il risarcimento dei danni.
La vicenda solleva inoltre interrogativi sulle responsabilità delle istituzioni italiane. Da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, fino all’attuale governo guidato da Giorgia Meloni e al ministro Antonio Tajani — che ha minimizzato la portata del verdetto di primo grado —, l’atteggiamento della politica italiana appare segnato da una forte continuità. La ricerca della verità sulla tortura e sull’uccisione del ricercatore è stata costantemente sacrificata in nome della realpolitik, privilegiando le intese commerciali, le forniture di armi e gli accordi sulla gestione dei flussi migratori e sulle risorse energetiche.
Sul piano internazionale, la figura di al-Sisi continua a godere di coperture pragmatiche da parte dell’Unione Europea, che lo considera un interlocutore chiave per la stabilità mediorientale. Una scelta strategica che però contrasta con la realtà di una dittatura che reprime il dissenso, viola sistematicamente i diritti umani e mantiene in carcere migliaia di oppostori dopo le rivolte del 2011. Senza una ferma pressione diplomatica, il processo rischia di non trasformarsi in una giustizia piena né per Giulio Regeni né per le altre vittime del regime.
ASCOLTA L’INTERVISTA A GIUSEPPE ACCONCIA:







