Una testa senza corpo. Un torso senza braccia. Un volto cancellato, una statua ridotta in migliaia di pezzi, una superficie segnata dall’acqua o dalla guerra. A prima vista sono opere alle quali manca qualcosa. Ma è proprio da questa mancanza che parte “Broken. Il potere del frammento”, la mostra che fino al 24 gennaio porta a Palazzo Strozzi a Firenze una domanda tanto semplice quanto difficile: che cosa accade a un’opera d’arte quando non è più integra?

La mostra “Broken” a Palazzo Strozzi a Firenze

Organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi insieme alla National Gallery of Art di Washington, “Broken” riunisce oltre ottanta opere e reperti provenienti da istituzioni come il Metropolitan Museum di New York, il Louvre, il British Museum e il Museo Nacional de Antropología di Città del Messico. Il percorso attraversa epoche e culture lontanissime: dall’antico Egitto alla Grecia e a Roma, dall’arte etrusca alle culture premoderne di Messico, Mali, Perù e Cambogia, fino alla scultura moderna e contemporanea.

Perché una scultura diventa un frammento? Talvolta è il tempo a consumarla, altre volte sono un terremoto o un’alluvione. In altri casi ancora, la causa è una guerra, un atto di vandalismo, un cambiamento politico o un gesto deliberato di iconoclastia. E poi ci sono opere per le quali la frammentazione non è una conseguenza, ma una scelta dell’artista.
È proprio qui che la mostra diventa interessante: non mette tutte le rotture sullo stesso piano, ma invita a leggerle come storie diverse.
Uno dei nuclei più forti è quello dedicato alla distruzione delle immagini. Qui la rottura non è più soltanto un fatto materiale: diventa un gesto politico. Un volto cancellato può significare il tentativo di cancellare anche la persona, il potere o l’ideologia che quel volto rappresentava.

In questo senso è particolarmente significativo il confronto con il busto di Mussolini di Adolfo Wildt, il cui volto conserva ancora i segni dei colpi ricevuti durante la Liberazione. La materia mantiene così la traccia dell’azione che l’ha colpita: la distruzione, invece di cancellare completamente l’immagine, finisce per aggiungere una nuova pagina alla sua storia.
Una delle vicende più impressionanti raccontate dalla mostra riguarda una figura funeraria proveniente da Guzana, nell’attuale Siria. La scultura, risalente al X-IX secolo a.C., fu distrutta durante un bombardamento su Berlino nella Seconda guerra mondiale. Per molto tempo sembrò impossibile ricostruirla. Poi i conservatori recuperarono circa 27.000 frammenti e riuscirono a ricomporre l’opera. Oggi le sue cicatrici non sono un difetto da nascondere: sono parte della sua storia.

Tra le opere esposte c’è anche il “Cristo portacroce” proveniente dal Museo di San Marco, che conserva ancora sedimenti lasciati dall’alluvione del 1966. Il suo restauro, realizzato in occasione della mostra, assume così un significato particolare, arrivando a ridosso del sessantesimo anniversario della catastrofe che colpì Firenze.
Il percorso procede poi verso la contemporaneità, dove il frammento cambia ancora natura. Per artisti come Louise Bourgeois, Huma Bhabha, Francesco Vezzoli e Danh Vo, non è soltanto la conseguenza di un incidente o di una distruzione: può diventare un vero e proprio linguaggio.
Nel cortile di Palazzo Strozzi questa idea trova un’ulteriore traduzione nell’installazione “Silent Studio” di Mark Manders, realizzata appositamente per la mostra. Un grande elemento scultoreo apparentemente incompiuto dialoga con sedie e pagine di giornale, trasformando lo spazio rinascimentale in una scena sospesa tra realtà e artificio.