Una prima iniziativa per contrastare l’espansione degli insediamenti illegali nei Territori occupati e reagire alle violenze dei coloni ai danni dei palestinesi e per sferzare l’Europa che sembra tergiversare. Un fronte diplomatico guidato dal Regno Unito, al quale hanno aderito Francia, Canada e altri otto Paesi europei, ha stabilito l’imposizione di restrizioni commerciali sui prodotti provenienti dalle colonie israeliane in Cisgiordania.
L’iniziativa segna una presa di posizione netta a tutela della soluzione dei due Stati, ritenuta in grave pericolo per via delle politiche di espansione degli avamposti israeliani.

Sanzioni a Israele contro le colonie illegali: l’iniziativa del Regno Unito

A farsi promotore della misura è stato il governo britannico, con un intervento in Parlamento del ministro degli Esteri Ed Miliband. L’esecutivo di Londra ha impresso una discontinuità rispetto alla precedente gestione, annunciando non solo il blocco delle importazioni dai territori occupati, ma anche nuove restrizioni sulle licenze per la vendita di armi e sanzioni dirette contro individui responsabili di atti di violenza e di politiche assimilabili a una pulizia etnica nei confronti della popolazione palestinese.
All’asse si sono uniti con convinzione il presidente francese Emmanuel Macron e il premier canadese Mark Carney, affiancati da Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo e Svezia. Si tratta di un allargamento rispetto alle posizioni già adottate in precedenza da Belgio, Paesi Bassi e Spagna.

La decisione di muoversi autonomamente da parte di questa coalizione nasce dall’incapacità dell’Unione Europea di trovare una posizione unitaria. Nonostante la Commissione avesse investito del tema il Consiglio Europeo, la mancanza di una maggioranza qualificata — dovuta al veto di Paesi come Italia e Germania — ha bloccato qualsiasi azione comunitaria diretta.
La frammentazione politica ha spinto gli undici Stati ad agire al di fuori del quadro Ue per superare l’impasse diplomatico. Dal canto suo, la diplomazia italiana, per bocca del ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha giustificato il mancato sostegno alla misura evidenziando il rischio di alterazioni e distorsioni nel mercato.

La risposta dell’esecutivo israeliano non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri Gideon Saar ha condannato duramente la mossa di Londra, disponendo la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme e revocando il permesso d’ingresso a dodici funzionari del Regno Unito.
Sul piano economico, le restrizioni prendono di mira aziende e individui coinvolti nello sviluppo delle infrastrutture, dell’edilizia e dei servizi finanziari a supporto delle colonie. Sebbene le merci prodotte nelle zone industriali della Cisgiordania rappresentino meno del 5% dell’export complessivo di Israele, l’impatto più significativo potrebbe riguardare il settore bancario e i canali finanziari destinati ai progetti d’espansione territoriale.

Ai nostri microfoni è Raffaele Spiga di Bds Italia, campagna internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni nei confronti di Israele a commentare il fatto. «Dal punto di vista economico l’impatto sarà molto ridotto – sottolinea Spiga – ma politicamente è un fatto molto importante, anche per il fatto che oggi il governo israeliano è nelle mani dei rappresentanti dei coloni».
Quanto al disimpegno dell’Italia, l’esponente di Bds Italia sottolinea che il governo guidato da Giorgia Meloni ha stretto un accordo strategico con Tel Aviv e che lo stesso ministro degli Esteri Tajani, che oggi si giustifica mostrandosi più europeista dell’Europa, in realtà è un personaggio di primo piano delle realtà filoisraeliane a livello europeo. «Nelle frequenti missioni in Israele – rimarca Spiga – si porta sempre una delegazione di imprenditori, camere di commercio e simili».

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