Il caso che sta travolgendo Autistici/Inventati (A/I), lo storico collettivo italiano che dal 2001 fornisce servizi digitali orientati alla privacy e alla sicurezza per l’attivismo e i movimenti sociali, rappresenta uno degli snodi più complessi e delicati nel rapporto tra sovranità statale, infrastrutture di rete e diritto alla comunicazione. E, dopo il caso di Francesca Albanese, rappresenta un nuovo tassello della repressione autoritaria secondo volontà unilaterali e discrezionali del potente di turno.

Cos’è successo ad Autistici/Inventati

Il 26 agosto 2026, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito la struttura nella lista dei soggetti sanzionati, designandola come Specially Designated Global Terrorist ai sensi dell’Executive Order 13224. L’accusa formale sostiene che l’associazione abbia fornito supporto materiale, tecnologico e finanziario a gruppi dell’estremismo di sinistra e a organizzazioni già sanzionate a livello internazionale.
La risposta del collettivo è arrivata immediata, respingendo ogni addebito e ribadendo come l’attività svolta rientri esclusivamente nell’offerta di strumenti di autodifesa digitale e nella tutela delle libertà di espressione online per gruppi e singoli individui.

La vicenda travalica i confini della disputa contenziosa e solleva interrogativi di natura giuridica e politica. Autistici/Inventati opera in Italia attraverso una forma associativa formalmente riconosciuta, sottoposta alla legislazione nazionale. Nel corso della sua ventennale storia, l’associazione è stata oggetto di indagini da parte della magistratura italiana — comprese quelle avviate dalla Procura di Bologna nei primi anni Duemila —, nell’ambito delle quali ha adempiuto agli obblighi di legge o ne è uscita assolta. In nessun caso le autorità giudiziarie italiane ed europee hanno qualificato l’associazione come una struttura terroristica.
«A noi non è mai stato notificato nulla – spiega ai nostri microfoni Blicero di A/I – Per cui, ammesso che volessimo collaborare, non sappiamo quali sono i siti o le mail ritenute problematiche dall’Amministrazione Usa».

Gli effetti a catena di un provvedimento politico

La portata dell’azione statunitense risiede tuttavia nel principio di extraterritorialità che caratterizza lo strumento sanzionatorio americano. L’inserimento nella lista SDN comporta la congelazione delle attività soggette alla giurisdizione statunitense e l’obbligo di interrompere le transazioni commerciali per i soggetti statunitensi, aprendo al contempo scenari di rischio per la cosiddetta compliance di soggetti terzi in tutto il mondo.

Gli effetti concreti di questa misura non si sono fatti attendere e hanno evidenziato la vulnerabilità dei diversi livelli su cui si regge un’infrastruttura digitale. Il 28 agosto, il dominio autistici.org è risultato improvvisamente non risolvibile, a causa dell’impostazione dello stato di serverHold. Questo tipo di blocco agisce a livello DNS e non implica lo spegnimento fisico dei server, bensì l’impossibilità per gli utenti di raggiungere la macchina che ospita i servizi digitando il nome a dominio.
Pur in assenza di dichiarazioni ufficiali da parte di PIR, l’ente statunitense che gestisce il registro dei domini .org, la mossa delinea la centralità dei registri americani come punti di controllo e snodi strategici nella regolamentazione della rete globale.

Accanto al livello tecnologico si è manifestato l’impatto sul piano finanziario, con la notizia della possibile chiusura del conto corrente del collettivo presso Banca Etica. «Venerdì scorsi ci hanno chiamati da Banca Etica dicendoci che a breve avrebbero chiuso il nostro conto – racconta l’attivista – Noi, attraverso una diffida, abbiamo imposto di discutere. Non esiste da nessuna parte che una banca italiana debba adeguarsi alle decisioni di uno Stato terzo».
La vicenda illustra perfettamente il fenomeno noto come de-risking: gli istituti di credito e le piattaforme di fornitori terzi, pur non essendo formalmente obbligati da un ordine diretto della magistratura locale, scelgono spesso di recidere i rapporti con i soggetti finiti nei radar delle sanzioni statunitensi per tutelarsi da rischi legali o reputazionali indiretti. Nel caso specifico, la potenziale decisione dell’istituto etico evidenzia una profonda tensione tra i principi identitari dell’inclusione finanziaria e la necessità di conformarsi alle rigide dinamiche della finanza internazionale dominata dal dollaro.

Un pericoloso precedente: il contenitore responsabile quanto il contenuto?

L’intero caso sposta la riflessione su un piano teorico più ampio: la trasformazione del concetto di fornitori di servizi in possibili responsabili delle azioni compiute dagli utenti finali. L’ipotesi che la fornitura neutra di mail cifrate, spazi web e messaggistica a un’ampia platea di utenti possa tradursi nella fattispecie di “supporto materiale” a condotte terroristiche apre scenari inediti e problematici per l’intero settore tecnologico, dai provider di hosting ai gestori di infrastrutture di rete.
«È come se Trump avesse inserito Google nella lista delle organizzazioni terroristiche perché un utente ha utilizzato Gmail per inviare la rivendicazione di un attentato o per compiere un reato – osserva Blicero – Ovviamente ciò non avviene perché Google ha altri strumenti rispetto a noi».

La natura politica del provvedimento: nel mirino il dissenso degli antifascisti

Tuttavia è impossibile non notare che la decisione dell’Amministrazione Trump abbia una chiara connotazione politica. L’ordine esecutivo, infatti, segue di poche settimane un meeting promosso dal segretario di Stato Marco Rubio, che ha convocato diversi Paesi del mondo per discutere di una fantomatica “minaccia Antifa”.
Fin da subito è apparsa chiara la natura propagandistica dell’iniziativa. Tanto negli Stati Uniti quanto nel resto del mondo non risultano atti prettamente terroristici realizzati da gruppi Antifa, cioè militanti che sostengono l’antifascismo diretto. Molti osservatori internazionali hanno osservato che l’iniziativa dell’Amministrazione Trump rispondeva a un duplice scopo: distrarre dalla crescente impopolarità del governo statunitense a causa delle sue politiche e creare ad hoc un nemico da agitare come spauracchio in chiave elettorale.

La natura squisitamente politica del provvedimento contro A/I viene confermata anche dall’assenza di analoghi provvedimenti contro le infrastrutture digitali che hanno ospitato o continuano ad ospitare gruppi di estrema destra e neonazisti che su di essi pianificano attentati. Su questi esistono ormai numerose inchieste giudiziarie che hanno portato anche ad arresti. Tra questi spazi digitali figura sicuramente Telegram, fondato dagli imprenditori russi Pavel Durov e Nikolaj Durov. Anche sui social di Meta, il gruppo di Mark Zuckerberg, proliferano gruppi suprematisti e neonazisti, ma l’Amministrazione statunitense non ha mai emanato alcun ordine esecutivo a riguardo.
«Noi siamo connotati politicamente, non lo nascondiamo – sottolinea l’attivista – Quindi forse è più facile prendersela con un gruppo connotato politicamente, ma la questione dovrebbe interessare tutti, anche chi non è d’accordo con la nostra visione».

Il problema a monte: la libertà di Internet

«Noi dicevamo da tempo che l’idea originale della rete come un luogo libero in cui tutti possano esprimersi non è più molto di moda – sottolinea Blicero – Sono stati fatti molti passi avanti per cancellare questa idea, trasformando la rete in una struttura commerciale, parcellizzata, privatizzata, proprietà di grandi realtà e con molto poco spazio per le singole persone o per i piccoli gruppi. Eppure è un’idea di internet che è ancora valida e che andrebbe difesa molto di più e praticata in ogni modo possibile».
Evocando Brecht, ciò che è accaduto oggi ad Autistici/Inventati domani potrebbe accadere ad altri gruppi, anche di orientamenti diversi. È per questo che, oltre alla solidarietà ricevuta A/I si auspica che nascano anche nuovi spazi di libertà in rete».

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