Bologna è stata, per anni se non decenni, un riferimento culturale di rilevanza nazionale nel campo della musica, influenzandone testi, stili, immagini e modi di vivere. Dove ha origine tutto questo, in quali luoghi è iniziata questa tendenza a una produzione musicale così fortemente radicata al territorio e, in buona parte, artisticamente autonoma dai canoni nazionali?
Che si parli di musica indipendente o di quella associata all’industria musicale più convenzionale – soggetta quindi a un alto rischio di omologazione – spesso la produzione musicale bolognese presenta caratteristiche uniche e originali. Gli stili e gli approcci musicali radicati in questa città – storicamente crocevia sia fisico che culturale – non sono facilmente assimilabili alle sonorità e alle liriche di altre città italiane come Roma, Napoli o Milano, grandi centri culturali egemoni e “lontani”. Le espressioni artistiche e le sonorità che faranno della città di Bologna un centro culturale di riferimento, trovano il loro primo spazio in luoghi sotterranei, prima trascendenti, interiori, ma poi reali, nascosti, ricavati, recuperati dalle consuetudini bottegaie e piccolo borghesi. Essi sono ambiti fisici lontani dalle banalità della routine quotidiana e dallo sguardo dei più, sono stanze nascoste, veri e propri habitat separati. Nascono qua e là veri e propri mondi paralleli pulsanti di creatività, zone franche dove nicchie di discepoli e iniziati cominciano a produrre stili, forme e contenuti destinati a cerchie ristrette, praticamente spazi di ritrovo esoterico. Questi luoghi sono le cantine, i seminterrati, il sottosuolo della città.
È proprio in questi ambienti nascosti, sotterranei, lontani dagli occhi e dalle orecchie della massa, che dal primo dopoguerra cominciano a riunirsi e a suonare band swing come quella del clarinettista Henghel Gualdi e di altri giovani del tempo investiti in pieno dalla febbre del jazz. Sono gli anni in cui Bologna è una tappa obbligata per tutte le band e i solisti americani più celebrati in tournée nella penisola quali Duke Ellington, Benny Goodman, Ella Fitzgerald. Il jazz quindi si diffonde sempre più e nel 1958 viene inaugurato il primo Bologna Jazz Festival, già da quelle prime edizioni una delle manifestazioni jazz più importanti d’Italia, dimostrando come la cultura di pochi, attraverso concerti, diffusione discografica e programmazione di eventi, fosse ormai emersa dai sotterranei allargando decisamente la base del suo pubblico.
In quegli stessi momenti si diffondono però anche altre sonorità provenienti da oltre oceano. Verso la fine degli anni Cinquanta infatti, emergono i primi gruppi di rock’n’roll; tra questi spiccano i Golden Rock Boys con il loro rhythm and blues elettrico suonato a tutto spiano, dove alla batteria c’è il giovane Andrea Mingardi. É in quei momenti che questo modo di suonare la musica nera da ballo approda in Italia con il nuovo e originale aggettivo di “rock’n’roll”, parola inventata da uno strambo dj nella lontana Cleveland, Mr. Alan Freed, colui che nel 1951 battezzò il suo programma radiofonico: “Moondog Rock ‘n’ Roll Party”. Negli stessi istanti, a Milano, il Clan Celentano e artisti in gravitazione permanente attorno ad esso come Gaber e Jannacci seguono lo stesso percorso, con l’indubbio vantaggio di avere sotto casa buona parte dell’editoria musicale italiana. É in questo contesto che nel 1958, all’interno di una profonda cantina quasi sotto le due torri, apre il club “Whisky a go-go”, locale che diventerà poi in seguito il Kinki dal 1975 (angusto e affascinante caveau rinomato per l’avanguardistica proposta house & techno degli anni 80/90). É interessante citare come lo stesso Mingardi entrerà poi agli inizi dei sessanta come cantante nella Rheno Jazz Gang, gruppo dove al clarinetto suonano sia il futuro regista bolognese Pupi Avati che Lucio Dalla, a dimostrazione di come gli ambienti alternativi cittadini abbiano già da allora una forte vocazione all’interscambio di personaggi e idee. Lo stesso Avati in un’intervista sul Corriere dichiara a proposito dei primi incontri con Dalla: Suonavo il clarinetto, in uno scantinato, ci chiamavamo Kriminal Jazz Band; a un certo momento arrivò anche Lucio Dalla, ascoltandolo suonare il clarinetto capii che cosa fosse il talento e che io non l’avevo: studiavo, mi impegnavo, ma non riuscivo neppure ad avvicinare quello che lui faceva con facilità assoluta.

I Judas in concerto (foto di Sandro Beccari)
La storia poi prosegue nel decennio successivo, gli anni sessanta sono l’avvento del Beat e dei suoi sottogeneri senza compromessi. I gruppi di “capelloni” sono decine in città, e le nuove band escono dalle cantine cariche di nuove proposte sonore. Due tra queste riproponevano addirittura la contrapposizione fra Mod e Rockers tipica dell’oltre manica di quegli anni: rispettivamente i Jaguar (che in seguito prenderanno il nome di Pooh) e i Judas del talentuoso frontman Martò, il quale perirà prematuramente in un rocambolesco incidente stradale alcuni anni più tardi, una morte tragica alla James Dean che ne agevolerà il futuro mito. Lo stesso Lucio Dalla, nonostante le sue radici di fine strumentista jazz ed ora nelle vesti di cantante e frontman, prende le mosse dall’ambiente sotterraneo del Beat bolognese prima di dedicarsi totalmente alla canzone d’autore nei decenni successivi.
Ma è nella seconda metà degli anni settanta che le band emergenti dagli scantinati bolognesi si fanno sempre più numerose e innovative. Il fenomeno rimane sempre per nicchie separate, ma i numeri incrementano notevolmente, la cultura dei sotterranei si espande in maniera tentacolare forte del suo fascino occulto. É il momento della Bologna Rock e dell’epopea degli Skiantos, con i loro testi demenziali fortemente fuori schema per il momento storico tipicamente legato a cantautori come Claudio Lolli e Francesco Guccini. I nuovi e deliranti flussi di parole sono frutto del genio e della penna di Roberto Freak Antoni, liriche molto differenti dagli standard cantautorali di carattere sociale, esistenziale e politico. É così che il nuovo rock demenziale, dal forte sapore surreale e irriverente, comincia velocemente a farsi breccia nella nuova generazione, lentamente ma inesorabilmente in tutto il territorio nazionale, ponendosi come una soluzione di vera e propria rottura con il passato che in quei momenti risulta essere ancora il presente, ma non ancora per molto.
Molte band a Bologna si associano in questa nuova ondata rock fresca e spontanea, la scena è carica di trasformazioni sonore radicali: Windopen, Gaznevada, Luti Chroma, Confusional Quartet, questi sono i nomi di spicco di alcune band della nuova ondata esplosa come napalm dai sotterranei della città. In questo caso il teatro principale della nuova e travolgente rivoluzione stilistica, sono le cantine del rinascimentale Palazzo Brazzetti di via San Vitale 13. Cantine contigue, una attaccata all’altra, che al sabato notte si trasformano addirittura in un club abusivo dal nome La Camera, ritrovo di tutti gli outsiders del momento. Altri luoghi sotterranei legati all’avvento del nuovo rock sperimentale sono il Gatto Selvaggio, sorto nei locali di un ex night club a luci rosse in via Armando Quadri, e il più famoso Punkreas, spazio dedito alla musica live nato intorno alla fine del 1978 sulle ceneri del circolo anarchico La Talpa, uno scantinato dal basso soffitto a volte di mattoni in via de’ Griffoni, nelle immediate vicinanze della Questura. Quest’ultimo si affermò presto come uno dei luoghi simbolo della nuova scena musicale dell’epoca.
È attorno a questo nucleo di band e a questa scena che nasce la prima vera etichetta indipendente bolognese, la Harpo’s Bazaar di Oderso Rubini e compagni che in seguito si trasformerà nella più famosa Italian Records, label che allargherà le proprie produzioni oltre che alle band locali, anche su scala nazionale venendo distribuita dalla Ricordi.
Ma ecco che nuova benzina alimenta nuovo fuoco appena qualche attimo dopo, e così anche il Punk arriva in città a fine settanta/inizio ottanta, stile carico di nuova energia e forza dirompente, più che una tendenza un vero e proprio modo di essere. L’impatto che genera il punk, con la sua estetica estrema, i suoni crudi dalle forme primitive e i testi carichi di fortissimo dissenso fanno sembrare vecchio persino ciò che è accaduto un attimo prima. Anche questa volta è da una cantina che parte l’onda d’urto; questa volta però siamo però nel cuore del quartiere operaio della Bolognina, più precisamente in via Albani. Qui si radunano giovani band come Nabat, Rip-Off, Anna Falkss, Hex (poi Stab), Uxidi e Urban Fight.

I live all’Orsa di venerdì 17 aprile 1981
Il lucernario nel muro dà direttamente sulla strada, le chitarre distorte lanciano i loro lamenti sui passanti non sempre tolleranti. È proprio in questo spazio angusto e umido di pochi metri quadri che nasce la prima cassetta della C.A.S. Records dei Nabat in split con i Rip-Off e i demo di altre band dello stesso giro sotterraneo. Le registrazioni di questi demo vengono realizzate con la semplice tecnica della ripresa diretta dal mixer: un suono grezzo, contorto, duro e scomodo, proprio come il momento storico che questi ragazzi vivono e di cui il forte disagio vogliono esprimere a tutti i costi. Queste autoproduzioni spartane, ma al contempo freschissime, incarnano in pieno lo spirito DIY (Do It Yourself) del punk e daranno vita da lì a breve a veri e propri dischi in vinile destinati a fare la storia del genere cittadino e italiano. Anche i RAF Punk, altro prolifico collettivo artistico e musicale felsineo – dove RAF sta per Rebel Anarchist Fraction – tra il 1979 e il 1980, trovano un primo spazio utile per cominciare a suonare sgomberando un grande ambiente interrato nella zona di Borgo Panigale. La location in questione è un ex magazzino pieno di residui industriali sotto un ex macello e mercato bestiame di fine ottocento, proprio accanto al ponte sopraelevato della ferrovia e non distante dal più famoso Ponte Lungo sulla via Emilia Ponente, proprio quel Ponte Lungo solcato quasi un centinaio di anni prima da Bakunin alla testa di un corteo di rivoluzionari, durante la fallita insurrezione anarchica bolognese del 1874 coordinata e pensata da Andrea Costa. Lo stesso luogo in seguito, dopo il trasloco dei RAF Punk presso il Centro Anarchico Berneri di Porta Santo Stefano, diventerà un locale dal nome Segreto Pubblico, spazio dedito ad arte e musica underground. Lo stabile sovrastante, praticamente in rovina, verrà in quella fase rivitalizzato dalle decorazioni murali in vernice spray, stile graffiti, di tre giovani artisti in ascesa: Ivo Bonacorsi, Gino Gianuizzi e Francesco Ciancabilla. Per calarsi meglio nel momento in cui tutto ciò avviene, pensiamo che hanno appena suonato i Clash in Piazza Maggiore, e una manciata di settimane più tardi la stazione è devastata da un feroce attentato di matrice fascista, un dramma al tritolo che provocherà decine di morti e un’ondata di terrore senza precedenti. Da questo climax di disperazione, rabbia e creatività nasce la scintilla dei nuovi gruppi punk bolognesi, ed è ancora una volta dal sottosuolo che parte la nuova ricerca sonora. É proprio in questa fase che i gruppi punk della città cominciano a strutturarsi in una vera e propria scena e a esibirsi live. Sarà coerentemente un luogo sotto la superficie stradale che li ospiterà nelle loro prime performances davanti a un pubblico. Parliamo della grande sala sotto all’Osteria Dell’Orsa in via Mentana, siamo nel quartiere universitario, a pochi passi da quella piazza Verdi che vide solo quattro anni prima le note e incendiarie rivolte studentesche. La situazione è organizzata in modo semplice ma efficace: grandi tavoloni di legno uniti tra loro a fare da palco improvvisato, amplificatori economici e impianto voce di fortuna per riversare volume e slogan sul pubblico.
Questo fervente e spontaneo magma di energia e creatività si sarebbe presto evoluto in scenari più complessi e articolati. Nel 1982 infatti assistiamo al passaggio dalle cassette autoprodotte alle produzioni su vinile, il cruciale passaggio è segnato dall’uscita di due EP su 7 pollici fondamentali per la storia del punk italiano: Scenderemo Nelle Strade dei Nabat, prodotto dalla loro etichetta C.A.S. Records, e Schiavi Nella Città Più Libera Del Mondo, una compilation di band anarco-punk bolognesi realizzata dall’Attack Punk Records, label fondata dai RAF Punk. Quest’ultima etichetta nasce all’interno del Centro Anarchico Berneri dove i RAF provano come band e stampano la loro fanzine, per poi trasferirsi successivamente nella cantina di un’antica bottega in vicolo Facchini. Siamo nuovamente nel cuore del quartiere universitario.
Il nuovo spazio dedicato esclusivamente alla label, ribattezzato Necronomicon (1985-86), prende il nome ispirato dalla suggestiva quanto lugubre struttura sotterranea che si trova sotto il piccolo negozio. Nonostante l’ambizione di utilizzare la cantina come magazzino, l’elevata umidità la rende inagibile, impedendo lo stoccaggio del materiale senza che questo si deteriori. I gestori sono così costretti a operare nel ridotto spazio del piano terra superiore, fino a quando l’Attack Punk Records si trasferisce traslocando presso una nuova sede, in vicolo Otto Colonne, una traversa della più nota via Lame, sempre nel cuore della città.
È opportuno ricordare come l’attività di questa piccola etichetta indipendente abbia rapidamente condotto alla produzione di opere di vasta risonanza nazionale, tra cui il primo EP dei CCCP di Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, Ortodossia (1985), e l’EP dei Disciplinatha, il gruppo industrial rock bolognese noto per la sua estetica controversa e provocatoria, intitolato Abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta! (1988). Va sottolineato che, in quegli anni, le etichette indipendenti erano praticamente inesistenti a parte questi piccoli nuclei organizzativi tenaci ma dalle risorse economiche assolutamente limitate. Se fosse dipeso esclusivamente dall’industria musicale tradizionale, rappresentata dalle cosiddette Major, questo vivace panorama sotterraneo di suoni e contenuti sarebbe rimasto confinato alle esibizioni live, all’hic et nunc, destinato probabilmente a dissolversi nel tempo senza lasciare traccia o memoria.
Il tempo continua inesorabilmente a scorrere e la storia di produzioni, band e concerti continua a trasformarsi e svilupparsi dalle viscere della città, e anche se il punk cambia connotati virando verso forme più estreme come l’hard core, le modalità d’uso e fruizione dei sotterranei mantengono ostinatamente la loro tipicità. É il caso del fermento spuro e trasversale che si sprigiona dall’Isola nel Kantiere, locale occupato dall’agosto 1988 al settembre 1991. Siamo all’interno di un’ala seminterrata in ristrutturazione dell’Arena del Sole (teatro stabile bolognese degli inizi dell’ottocento), proprio dietro la centralissima via Indipendenza, al numero otto della piazzetta San Giuseppe.
La storia dell’Isola è legata in un primo momento al punk nella sua versione più urgente e aggiornata, l’hard core, con personaggi come l’ex Black Flag Henry Rollins ospitati sul suo palco, ma saranno l’hip hop e il rap che ne creeranno le sue caratteristiche più tipiche. É in questo luogo, fino a poco prima buio e abbandonato, che nasce l’Isola Posse All Stars, la crew che ha rappresentato uno dei momenti più importanti nella nascita della cultura hip hop nazionale. É loro uno dei primi singoli hip hop rap in lingua italiana dal titolo Stop Al Panico (1991), ed è nel loro secondo singolo Passaparola che esordisce Neffa come rapper, appena qualche attimo prima batterista della band hard core Negazione, esempio di fluidità e interscambiabilità tra la scena hard core e quella rap così naturale e spontanea in quei momenti.
All’atto della chiusura per sgombero dell’Isola nel Kantiere, avvenuta nel settembre 1991, rimane la necessità di un luogo dove poter proseguire le attività. L’incubatore ha creato nuclei di lavoro e gruppi di attività che da quell’esigenza di avere un luogo dove continuare il lavoro intrapreso, trovano la forza per mediare le richieste assieme al Comune di Bologna. Viene chiesto a gran voce un nuovo spazio da dedicare ai progetti culturali che in precedenza venivano sviluppati all’interno del centro. Il forte dibattito di collettivi, singoli artisti ed associazioni con il Comune si protrae nel tempo, ed è solo nel 1994 che si giunge ad un accordo. Il Comune individua nell’ex-magazzino farmaceutico di Via Fioravanti 14, proprio dietro la Stazione di Bologna Centrale, come spazio adeguato alle necessità. É così che nasce Link Project, dove Link è acronimo di L’Isola nel Kantiere, creando un nuovo progetto dalla fortissima continuità ideale con l’esperienza precedente e una disponibilità di spazi molto più ampia.

Growing Concern all’Isola nel Kantiere
Il Link aprì ufficialmente l’11 aprile 1994 e sin da subito cominciò a strutturarsi per tematiche e generi nelle diverse sale, parte delle quali sotto il livello stradale, quindi con una continuità underground anche fisica. É in questi ambienti, contenitori differenti ma paralleli, che vennero proposti musica dal vivo, dj set, teatro e cinema. Una peculiarità del progetto è l’autoalimentarsi economicamente attraverso pratiche di autofinanziamento e contributi da parte dei partecipanti agli eventi. L’autogestione economica, modalità attuata e condivisa anche da altre realtà parallele vista l’assenza di supporto attivo da parte degli enti culturali pubblici locali, porterà il LINK ad organizzare autonomamente al proprio interno eventi di portata sempre maggiore sul piano internazionale come concerti di Aphex Twin, Suicide, Clock DVA, Pere Ubu, Amon Tobin, gli Shellac di Steve Albini, i Blonde Red Head e tanti altri, oltre a reading e retrospettive cinematografiche da Marcel Broothaers a quella su Guy Debord passando per la rassegna cult exploitation Nuovo Cinema Inferno, ma anche installazioni audiovisive, e poi festival musicali come AngelicA – manifestazione internazionale di musica contemporanea tutt’ora in attività – e Distorsonie – uno dei primi festival italiani dedicato interamente alla musica dance elettronica – per arrivare alla libreria di pubblicazioni alternative e fuori dalla distribuzione main stream, Modo Info Shop, dove furono ospitate anche conferenze con personaggi del calibro di Alejandro Jodorowsky. Tutte realtà di cui si sente l’eco o addirittura la presenza fisica ancora oggi nel 2026, momento in cui stiamo scrivendo questo testo. Va ricordato inoltre che all’interno del LINK, oltre al laboratorio di cinema con moviola affiancato a una piccola sala cinema relativa, e a due sale prova per musicisti, sorge anche l’Hack Lab, laboratorio dove si studiavano le prime tecniche di linguaggio Linux per la rete world wide web, allora ai primissimi albori come diffusione popolare.
L’esperienza si protrarrà proficuamente per ben dieci anni, nel 2004 infatti il LINK Project chiuse i battenti per la necessità del Comune di Bologna di abbattere lo stabile con lo scopo di riqualificare e gentrificare l’intera area, riaprendo in seguito con un’identità rinnovata e nuovi obiettivi sotto il nome di LINK Associated, nella sede di Via Fantoni dove è in attività tutt’ora. Tuttavia, il LINK Project rimane ancora oggi uno dei centri culturali più significativi d’Italia negli anni ’90, riconosciuto sia per l’eccellenza della ricerca che per la capacità di sviluppare progetti che hanno coinvolto esperienze provenienti da tutta Europa.

La rivista Link Project – 1994

Tra la fine del novecento e l’inizio del nuovo millennio a Bologna emergono più o meno contemporaneamente altre realtà animate dalla medesima pulsione, contesti che, pur non essendo legati al concetto di sotterraneo come spazio fisico, incarnano pienamente – seppur con stili differenti – lo stesso spirito underground per visione, causalità, produzione artistica indipendente e alternativa. Spazi culturali come il Livello 57, TPO (Teatro Polivalente Occupato) e Atlantide si affermano nel panorama cittadino, spinti dalla stessa urgenza di tracciare percorsi divergenti rispetto allo status quo, sempre più conformante, imposto dall’epoca del turbo-capitalismo.
Arrivando ora al contemporaneo, è interessante osservare come persistano varie linee di continuità in città, situazioni nate nei prolifici anni ’80 che mettono radici nel presente con l’intenzione di portare avanti le istanze della musica indipendente e sotterranea delle origini, operando coerentemente con il passato ma con strumenti nuovi e spazi un tempo non disponibili. Tra queste spicca il Centro Musicale & Culturale Vecchio Son, fondato e gestito dallo stesso Steno Cimato – membro fondatore e storico cantante dei Nabat – che creò a suo tempo la C.A.S. Records, l’etichetta citata in precedenza come una delle prime due label punk della città. Nato nel 1998 all’interno dei seminterrati del Centro Interculturale Zonarelli, in via Sacco, nel cuore del quartiere popolare di San Donato, il Vecchio Son è diventato un punto di riferimento per svariate sottoculture, oltre a quella punk originaria, del panorama cittadino. Il centro, gestito dall’omonima associazione culturale, offre numerose sale prova per band, uno studio di registrazione, nonché spazi dedicati a corsi di musica e danza. Inoltre, ospita concerti di gruppi indipendenti, presentazioni di libri e seminari musicali, contribuendo attivamente alla vitalità culturale della città.
Il SonhouseStudio, lo studio di registrazione del Vecchio Son La diffusione di questa cultura sotterranea quindi si perpetua nel tempo, offrendo un’interessante prospettiva su come ideali ponti simbolici, ma anche e soprattutto pratici, connettano le esperienze di chi ha attraversato questi mondi oscuri e celati – ben lontani dalla massificazione e dalla commercializzazione – con coloro che ancora li vivono, nonché con i nuovi adepti che si affacciano a queste forme culturali parallele nel contesto contemporaneo.

Il Sonhouse Studio, lo studio di registrazione del Vecchio Son
A proposito di continuità temporale e coerenza nell’ambito musicale indipendente, scavando ancora più a ritroso fino a risalire alle esperienze dei Judas negli anni Sessanta o persino a figure precedenti come Andrea Mingardi – dove lo stesso continua a provare con la propria band – emerge inevitabilmente il ruolo del Serena 80. Questo circolo dotato di sala prove e sala concerti, si trova nascosto nelle viscere del ponte di via Libia, proprio sotto il suo manto stradale, sempre nel quartiere San Donato. In passato noto come centro Cavallazzi, il luogo continua a essere animato e gestito da un gruppo di fedeli seguaci dei Judas provenienti direttamente dall’epoca beat, costantemente impegnati nell’organizzazione di concerti al suo interno e persino di festival blues e rock nel parco adiacente, a conferma di come le sottoculture underground siano una forma mentis, percorsi di crescita e sviluppo continui che diventano un vero e proprio stile di vita.
E non sono solo i centri culturali a distinguersi tra le realtà bolognesi che continuano a offrire contenuti alternativi rispetto a quello che potremmo definire come Pop di sistema. Spazi come il Gallery 16 o il Centro Sociale della Pace, situati nel cuore della città, insieme ad altri luoghi iconici come il Covo (erede del vecchio Casalone), il Freakout, il Circolo Hex, il Sottotetto Sound Club, Locomotiv Club, lo Sghetto e il Binario 69, formano un circuito di club che, ciascuno con la propria cifra stilistica, incarnano la continuità di quella proposta alternativa di cui abbiamo discusso finora.
Si può affermare quindi che la cultura sotterranea della scena bolognese ha inscritto nel proprio DNA una straordinaria coerenza evolutiva. Tale caratteristica ha consentito alle culture “altre” di mutare e adattarsi nel tempo, garantendo alle espressioni musicali locali – ma anche artistiche più in generale – la capacità di perpetuare una tradizione di continua innovazione e ricerca di autonomia culturale.
Quest’ultima non va intesa in senso protezionista, bensì come un approccio originale alla creatività, attraverso il quale la città cerca di continuare a generare in sé stessa gli “anticorpi” contro la massificazione, l’omologazione commerciale, e contro quelle dinamiche di appiattimento che alimentano la sindrome della fine della Storia e l’eterno presente. Fenomeni, questi, che in maniera più vasta affliggono da tempo gran parte della cultura occidentale.
Cesare Ferioli







