Oggi è il giorno in cui a Washington si tiene il vertice internazionale promosso dal segretario di Stato, Marco Rubio, dedicato al contrasto del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. L’incontro, a chi partecipano una sessantina di Stati, giunge in un momento particolarmente delicato, segnato da forti proteste sociali e da un sensibile aumento dei decessi e degli arresti legati alle operazioni di rimpatrio dell’agenzia per il controllo dell’immigrazione (Ice). Ed è l’opposizione sociale alle politiche di estrema destra dell’Amministrazione Trump che può aver persuaso Rubio della necessità di creare uno spauracchio, che stando ai dati è inesistente, per legittimare la repressione.

La creazione di uno spauracchio Antifa: gli obiettivi del vertice a Washington

«Con questo vertice c’è la volontà di creare un clima, di parlare della questione di un pericolo di una sinistra violenta», osserva ai nostri microfoni il giornalista Martino Mazzonis.
Il giornalista ricorda che pochi giorni fa alcuni esponenti socialisti hanno vinto le primarie nel Partito Democratico statunitense e lo stesso Trump ha parlato di «pericolo comunista che avanza». Di fronte alla crescente impopolarità del tycoon, invischiatosi nella guerra in Iran e nelle conseguenze che il conflitto genera in termini di inflazione, il tentativo è quello di agitare uno spauracchio che possa essere utilizzato per giustificare la repressione e additare un nuovo nemico.

Mazzonis osserva che l’adesione al vertice chiamato da Rubio arriva soprattutto da Paesi dell’America Latina in cui alcuni partiti di estrema destra simili all’impostazione di Trump si sono recentemente affermati. Il clima che si vorrebbe creare è teso a prevenire possibili mobilitazioni di movimenti di massa che vi si oppongono.
Allo stesso modo in Europa, la destra statunitense non ha mai rinunciato a incoraggiare o favorire processi di avanzamento dell’estrema destra. E mentre alcuni Paesi europei hanno gentilmente declinato, con il pretesto che nei loro territori non esistono i pericolosi gruppi Antifa di cui parlano gli Stati Uniti, Meloni pare costretta a partecipare per cercare di restare nel cerchio di Trump pur non essendoci, in particolare dopo gli attacchi del tycoon proprio a lei.

Nel mirino le reti solidali contro l’Ice

A infiammare il dibattito pubblico è la recente morte del ventiseienne Joan Sebastian Guerrero, avvenuta il 13 luglio a Biddeford, nel Maine, durante un intervento dell’Ice. L’agenzia ha successivamente ammesso che il giovane non era il soggetto destinatario del provvedimento di rintraccio. Sebbene le autorità abbiano inizialmente giustificato l’uso della forza sostenendo che la vittima avesse tentato di investire gli agenti con la propria vettura, diverse testimonianze oculari smentiscono questa ricostruzione, affermando che il giovane stesse semplicemente cercando di allontanarsi.

L’episodio del Maine rappresenta solo l’ultimo capitolo di una settimana particolarmente drammatica. Pochi giorni prima, il 9 luglio, a Houston, in Texas, ha perso la vita Lorenzo Salgado Araujo nel corso di un’analoga operazione di cattura. Con questi decessi sale il bilancio delle vittime delle politiche di rimpatrio forzato, mentre i dati complessivi mostrano una decisa accelerazione delle attività di detenzione. Soltanto negli ultimi cinque giorni di giugno, le forze dell’ICE hanno condotto all’arresto di oltre diecimila persone migranti sul territorio nazionale, confermando una netta impennata nelle statistiche di espulsione.

La definizione formale di minaccia interna

L’asse portante del vertice e delle più recenti politiche di sicurezza americane risale alle disposizioni firmate a partire dal settembre del 2025. Con un primo ordine esecutivo, l’amministrazione ha formalmente qualificato la galassia “Antifa” come organizzazione terroristica interna, imponendo alle agenzie federali di investigarne in modo sistematico i canali di finanziamento e le attività. Subito dopo, il memorandum NSPM-7 ha attivamente coinvolto il Dipartimento di Giustizia, l’FBI, il Dipartimento del Tesoro e le autorità fiscali nella mappatura di qualsiasi rete riconducibile alla violenza politica organizzata.

L’utilizzo di un termine volutamente flessibile e privo di una struttura formale come “Antifa” — un movimento per sua natura privo di registri, leader ufficiali o confini organizzativi definiti — risponde a una precisa logica strategica. La fluidità della categoria consente infatti agli apparati investigativi federali di estendere il proprio raggio d’azione ben oltre il perseguimento di singoli atti violenti. Sotto la lente degli inquirenti finiscono così le infrastrutture sociali di supporto, i movimenti di contestazione territoriale, le campagne attive contro le deportazioni dei migranti e le reti di mutuo soccorso che presidiano il territorio.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MARTINO MAZZONIS: