In diverse parti del mondo sembrano riaccendersi focolai di xenofobia. In certi casi si tratta di vere e proprie violenze ai danni di persone migranti, in altri le retoriche razziste permeano il discorso pubblico e veicolano concetti vecchi con parole nuove, come “remigrazione”.
In Italia sono state molteplici le manifestazioni organizzate sotto la parola d’ordine della remigrazione e in tutti i casi i soggetti che le hanno organizzate appartengono a gruppi neofascisti. Oltre ad utilizzare una parola nuova per penetrare l’opinione pubblica, la galassia di estrema destra utilizza anche nomi ad hoc, come quello del famigerato “Comitato Remigrazione e Riconquista”.
Restando in Italia, il concetto xenofobo di remigrazione sta preoccupantemente prendendo piede, sia trovando sponde nella politica istituzionale, sia attraverso iniziative che investono direttamente il Parlamento.
Da un lato, la Lega ha spesso appoggiato e strizzato l’occhio ai gruppi remigrazionisti, difendendo i presidi e le manifestazioni organizzate in giro per l’Italia. Dall’altro sembra essere l’astro nascente dell’estrema destra, l’ex generale Roberto Vannacci, il principale interprete politico della remigrazione.
Proprio ieri, intanto, a Montecitorio sono state consegnate le firme per una proposta di legge sulla remigrazione.
Remigrazione, il volto lessicalmente ripulito di deportazione e xenofobia
Sono diversi i focolai di xenofobia che si registrano nelle ultime settimane in diversi contesti del mondo. In Sudafrica è in corso una forte crisi sociale ed economica, sfociata in vaste proteste anti-immigrati organizzate da movimenti ultranazionalisti. Migliaia di manifestanti stanno chiedendo l’espulsione degli stranieri irregolari, provocando la fuga di decine di migliaia di migranti dalle principali città come Johannesburg e Durban.
A Belfast il mese scorso, a seguito di un grave accoltellamento ai danni di un cittadino locale da parte di un richiedente asilo, gruppi di estrema destra e facinorosi locali hanno scatenato una violenta mobilitazione anti-stranieri. Gli scontri, definiti simili a dei pogrom, hanno incluso attacchi alle abitazioni di rifugiati, auto incendiate e l’assedio dei quartieri.
Le violenze ai danni dei migranti spesso arrivano dopo lo sdoganamento del discorso d’odio all’interno del dibattito pubblico e i meccanismi sono sempre gli stessi. Di fronte a un peggioramento delle condizioni delle persone, conseguenza dell’inflazione determinata dai conflitti in giro per il mondo, l’estrema destra cavalca il malcontento indirizzandolo verso gli ultimi, che spesso sono i migranti, accusati di essere i responsabili dell’erosione del privilegi degli autoctoni.
È in questo contesto che avanza il concetto di remigrazione. Utilizzando un termine all’apparenza neutro che descrive il processo di ritorno di persone o gruppi nel proprio paese d’origine dopo aver vissuto all’estero, la remigrazione agitata dall’estrema destra in realtà sottende l’espulsione forzata o il rimpatrio di massa dei migranti. In altre parole, la loro deportazione.
Le tappe dello sdoganamento della remigrazione: le politiche europee
In un articolo del maggio scorso, le avvocate esperte di diritto della migrazione Cristina Laura Cecchini e Ilaria Boiano ricostruivano come il concetto di remigrazione sia stato normalizzato nel discorso pubblico.
Bandiera dell’estrema destra, la remigrazione in realtà è stata favorita e agevolata dalle politiche istituzionali europee che hanno portato a una regressione giuridica e allo svuotamento del diritto d’asilo, concedendo sempre più spazio al paradigma politico dell’espulsione.
Il punto di inizio di queste politiche risale agli anni ’90 del secolo scorso, quando è tornato in uso quello che le due avvocate definiscono il «vocabolario della deportazione».
In Europa è proprio a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso che è cominciata la politica di esternalizzazione delle frontiere, affiancata dalla creazione di centri di detenzione amministrativa e, più in generale, di politiche migratorie fortemente ostacolanti.
La retorica della “clandestinità” è stata agitata per molto tempo, affiancandosi alla restrizione dei canali di ingresso regolari. Il risultato è stata la generazione di un meccanismo perfetto di propaganda, dove la legge restrittiva creava le condizioni per alimentare quello che veniva agitato come un pericolo, cioè la presenza irregolare dei migranti, ai quali al contempo venivano precluse molte possibilità di un soggiorno regolare.
Nel corso di questi decenni, però, tutto il dispositivo repressivo nei confronti delle migrazioni ha mostrato alcuni limiti. In particolare, il meccanismo delle espulsioni non è stato quantitativamente all’altezza delle promesse della propaganda.
Sembra essere questa una delle ragioni per le quali l’Europa (ma anche altri contesti del mondo) ha osato di più, iniziando ad attaccare frontalmente il diritto d’asilo disciplinato dalle convenzioni internazionali.
Il punto più alto di distruzione del diritto d’asilo è entrato in vigore qualche giorno fa ed è il Patto europeo su migrazione e asilo.
La remigrazione “istituzionale”: il Patto europeo e il recepimento italiano
In Italia il Patto europeo è stato recepito con ddl approvato dal Consiglio dei ministri nel febbraio scorso. Il provvedimento, composto da diciotto articoli, amplia i poteri di intervento dello Stato in materia di controlli marittimi, gestione dei flussi e rimpatri.
La novità principale è l’interdizione temporanea del passaggio nelle acque territoriali per motivi di sicurezza o a causa di una pressione migratoria eccezionale. La misura, valida fino a sei mesi, consente il trasferimento dei migranti verso Paesi terzi convenzionati per il trattenimento, sul modello dell’accordo con l’Albania, prevedendo sanzioni fino a 50mila euro in caso di violazione.
Il testo inasprisce le norme sulle espulsioni, estendendo l’allontanamento giudiziario ai condannati per gravi reati contro l’ordine pubblico, la persona o il patrimonio, nonché a chi partecipa a rivolte e violenze nei Centri di permanenza per il rimpatrio.
Vengono infine inseriti requisiti più stringenti per l’accesso alla protezione complementare legata alla vita privata e familiare: i richiedenti dovranno dimostrare almeno cinque anni di soggiorno regolare, una conoscenza dell’italiano di livello B1, un alloggio idoneo e un reddito minimo adeguato.
La remigrazione, quindi, non è solo un pericoloso concetto brandito dalla destra neofascista e minoritaria, ma una direzione verso la quale l’Europa e l’Italia remano da ormai tre decenni.
L’accelerazione che sembra esserci in questi mesi, in particolare, è favorita dalle crisi energetiche, economiche ed inflattive determinate da altre politiche europee. Ciò ha creato l’habitat perfetto affinché crescesse il numero di persone che, di fronte al peggioramento delle proprie condizioni materiali e all’incapacità di individuarne i reali responsabili, fossero permeabili alle proposte xenofobe e razziste dell’estrema destra.







