Il Piano nazionale di ripristino della natura (Pnr) entra nel vivo e si presenta come uno degli strumenti più ambiziosi mai adottati in Italia in materia ambientale.
Lo scorso 23 aprile è infatti stato pubblicato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica con il supporto dell’Ispra, il piano che dà attuazione al regolamento europeo sul ripristino degli ecosistemi e apre una fase di consultazione pubblica che resterà attiva fino al 9 giugno.
L’obiettivo è invertire il degrado ambientale e contribuire al contrasto della crisi climatica attraverso interventi concreti su suolo, biodiversità e territori urbani.
Il Piano Nazionale per il Ripristino della Natura: dallo stop al consumo di suolo alla depavimentazione
Gli obiettivi posti a livello europeo per il regolamento prevedono il ripristino di almeno il 20% delle aree terrestri e marine entro il 2030 e il recupero completo degli ecosistemi degradati entro il 2050.
Uno dei punti centrali del piano riguarda gli ecosistemi urbani. In linea con il regolamento europeo, i Comuni saranno chiamati a non ridurre le aree verdi né la copertura arborea entro il 2030, se non attraverso interventi compensativi. Dal 2031, inoltre, sarà obbligatorio aumentare la dotazione di verde urbano.
Un elemento rilevante riguarda il carattere vincolante del regolamento europeo, in vigore dall’agosto 2024. Le disposizioni sono direttamente applicabili e prevalgono sulle normative nazionali e locali, imponendo agli strumenti urbanistici di adeguarsi agli obiettivi di tutela ambientale. Questo significa che anche interventi già autorizzati su aree verdi potrebbero richiedere azioni compensative di ripristino ecologico.
Tra le azioni previste emerge la cosiddetta “depavimentazione”: la rimozione di asfalto e cemento per restituire spazio al suolo naturale e favorire la rinaturalizzazione. Non solo piantumazioni, quindi, ma veri e propri interventi di rigenerazione ecologica che includono il recupero della funzionalità del terreno e l’introduzione di coperture vegetali.
«Non c’è mai stata un’occasione così in Europa per rigenerare natura, ridare alla natura gli spazi che le abbiamo tolto – afferma ai nostri microfoni Paolo Pileri, docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano – Questo piano può fermare il consumo di suolo e le attese di trasformazione possono finalmente essere direzionate sulle aree dismesse».
Il Pnr non si limita agli aspetti ecologici. Il documento include anche una valutazione degli impatti socioeconomici, sottolineando le opportunità in termini di occupazione e sviluppo di nuove professionalità legate alla transizione ecologica.
Le misure previste spaziano dal ripristino degli ecosistemi terrestri, fluviali e marini alla tutela degli impollinatori, fino al miglioramento della connettività ecologica e alla riqualificazione delle pianure alluvionali.
Attualmente sono 2.761 i Comuni italiani obbligati ad applicare il Pnr secondo i criteri europei, su un totale di oltre 7.800. Tuttavia, il piano prevede la possibilità di adesione volontaria per tutte le amministrazioni locali.
Per questa ragione, il coinvolgimento dei territori e della società civile è cruciale per il successo dell’iniziativa. Oltre agli enti locali, anche cittadini, associazioni e comitati possono partecipare alla consultazione pubblica, contribuendo con osservazioni, proposte o manifestazioni di sostegno.
Terminata la fase di consultazione, il governo lavorerà alle modifiche del piano per arrivare all’approvazione definitiva entro l’inizio di settembre, come richiesto dall’Unione europea.
ASCOLTA L’INTERVISTA A PAOLO PILERI:







