Nella settimana in cui il Parlamento israeliano ha approvato una legge razziale che prevede la pena di morte riservata ai palestinesi in Cisgiordania, nel Parlamento italiano è stata depositata un’interrogazione che riguarda i tentativi di intimidire e zittire i giornalisti e le giornaliste che si occupano di Palestina e del genocidio a Gaza.
Sono infatti aumentati sensibilmente gli esposti presentati alla commissione di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti verso gli iscritti all’albo che raccontano le atrocità commesse dall’Idf e dal governo israeliano.
L’interrogazione contro l’esposto temerario per i giornalisti che si occupano di Palestina
Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra, Laura Boldrini del Partito Democratico e Stefania Ascari del Movimento 5 Stelle, con il supporto della senatrice Elisa Pirro, hanno presentato un’interrogazione nata da un accorato appello della rete NoBavaglio e di Articolo 21. Al centro dell’iniziativa c’è la denuncia di una preoccupante ondata di esposti temerari utilizzati come strumenti di pressione contro quei giornalisti che documentano il conflitto a Gaza e le violazioni dei diritti umani. Durante una conferenza stampa tenutasi ieri alla Camera, operatori dell’informazione e rappresentanti politici hanno evidenziato come le segnalazioni disciplinari agli Ordini regionali stiano diventando una pratica intimidatoria sistematica.
Tra i nomi finiti nel mirino di queste azioni legali e disciplinari figurano professionisti stimati come Nico Piro, Carlo Bartoli, Beppe Giulietti e Nello Scavo, vittime di un meccanismo che rischia di generare un effetto dissuasivo sull’intera categoria. La denuncia si estende anche ai tentativi di diffamazione contro la campagna “Alziamo la voce per Gaza”, impegnata a sostenere i reporter palestinesi che operano in condizioni estreme sotto i bombardamenti. Proprio durante il genocidio a Gaza, infatti, è stato coniato il neologismo “giornalisticidio”, perché mai un conflitto armato ha registrato un così alto numero di vittime tra gli operatori dell’informazione. Secondo diverse stime, il numero di giornaliste, giornalisti, fotografe e fotografi, operatori e operatrici dell’informazione uccisi in Palestina dall’inizio del genocidio supera con certezza le 270 unità, ma potrebbe raggiungere anche le 300 vittime.
Se, a oltre due anni dall’inizio delle ostilità, l’accesso alla Striscia rimane ancora precluso alla stampa internazionale per decisione israeliana, anche per chi si occupa di Palestina da altri Paesi non manca la repressione.
Oltre all’annoso problema della querela temeraria, strumento utilizzato spesso da esponenti politici e imprese per trascinare i giornalisti in tribunale, affrontando lunghe e onerose cause che nella stragrande maggioranza dei casi si concludono con l’assoluzione, ora sembra prendere piede uno strumento altrettanto pernicioso, ma che espone meno chi lo utilizza: l’esposto temerario.
Se in tribunale una querela temeraria può portare a una condanna al pagamento delle spese legali per chi l’ha presentata allo scopo di intimidire il giornalista, l’esposto alla commissione disciplinare dell’Ordine dei Giornalisti, invece, non ha conseguenze per chi lo presenta.
Le sanzioni disciplinari previste dall’Ordine dei Giornalisti sono quattro, a seconda del livello di gravità dell’infrazione. La più leggera è l’avvertimento, seguita da censura, sospensione e infine la radiazione.
L’esposto temerario ha proprio lo scopo di mettere il giornalista sul banco degli imputati e, anche qualora avesse agito nel rispetto delle regole e della deontologia, il suo essere sottoposto a una valutazione disciplinare potrebbe esercitare un effetto di autocensura.
«L’aumento di questi esposti temerari è stato registrato in concomitanza con la discussione al Senato del ddl Antisemitismo – ha osservato Boldrini in conferenza stampa – Una legge che riteniamo sbagliata, perché la critica anche dura al governo israeliano non può essere equiparata all’antisemitismo».
Su questo versante, però, nella categoria giornalistica si registra una novità positiva. Le criticità del ddl Antisemitismo stanno nella definizione imposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra) che di fatto impedisce qualunque critica al governo israeliano.
Nei giorni scorsi il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha invece approvato a maggioranza una mozione per modificare i propri riferimenti interpretativi sull’antisemitismo. L’Ordine ha infatti scelto di abbandonare la definizione dell’Ihra, adottata tre anni fa, per aderire alla Dichiarazione di Gerusalemme, che distingue tra antisemitismo e antisionismo, cioè la critica alle politiche coloniali del governo israeliano.
«Gaza è la prima volta di tante cose che non si fermano a Gaza – ha commentato la giornalista Chiara Avesani, esponente della rete No Bavaglio, che è intervenuta in conferenza stampa – Durante il genocidio i giornalisti che sono rimasti vivi sono stati delegittimati, in modo che il tentativo di fare emergere quello che stava accadendo a Gaza fosse ancora più difficile. Lo stesso atteggiamento ce lo ritroviamo qui, la stessa delegittimazione verso chi ha provato a sostenere la verità attraverso gli unici occhi che stavano provando a raccontarla da Gaza».
Quanto alla campagna solidale “Alziamo la voce per Gaza”, finita ugualmente nel mirino della delegittimazione, Avesani elenca quanti nel mondo hanno intrapreso di iniziative solidali verso i colleghi palestinesi: il sindacato dei giornalisti del Regno Unito, di Irlanda, Belgio, Spagna, Canada, Svezia, Norvegia, Slovenia, Croazia e l’intera American Federation of Labour.
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