Dal rapporto “Lavori Ingiusti”, un’indagine sul lavoro minorile e sul circuito della giustizia penale, pubblicato da Save the Children, emergono dati allarmanti. Nel nostro paese, 260 mila bambini tra i 7 e i 15 anni lavorano. Il 66% dei minori rinchiusi in carcere ha alle spalle esperienze di lavoro precoce.

Nel nostro paese lavorano 260.000 minori di 16 anni. Il 66% dei reclusi nelle carceri minorili ha avuto esperienze di lavoro precoce. Messa così l’equazione sarebbe fin troppo facile ma, anche senza cedere alle semplificazioni, è evidente che esista un problema nel nostro paese. E’ quanto emerge dal rapporto pubblicato da Save the Children, curato da Katia Scannavini e Francesca Arancio, ricercatrici della Ong che si occupa di minori.

In Italia la legge è chiara: sotto i 16 anni non si può lavorare. Eppure un bambino su venti nella fascia d’età compresa tra i 7 e i 15 anni lavora. Le condizioni di lavoro, facile immaginarlo, sono quelle classiche cui è sottoposto chi non esiste. Sfruttamento, mancanza di diritti ma, soprattutto, totale inconsapevolezza della propria condizione di minori, sono gli elementi che tornano più spesso nei racconti raccolti dalle due ricercatrici, che hanno intervistato 439 giovani detenuti.

Il punto centrale di tutta la questione resta però la scuola. Se, infatti, non necessariamente chi lavora prima dei 16 anni proviene da una famiglia particolarmente povera, l’abbandono scolastico è il minimo comune denominatore.

“Va sottolineato come il fatto di avere esperienze di lavoro precoce abbia un peso nella vita dei minori e quindi possa contribuire anche a fare scelte che segneranno la vita di questi individui.” spiega Katia Scannavini, curatrice del rapporto. “Si tratta -continua la ricercatrice- di figli di famiglie di diverse classi sociali, ma hanno tutti problemi e vulnerabilità soprattutto nei rapporti con gli adulti. Questi minori non hanno certezze che riguardino il loro futuro, quindi per soddisfare i propri bisogni, o a volte quelli delle loro famiglie, decidono di intraprendere esperienze di lavoro illegale.”

“Si potrebbe pensare che il fenomeno coinvolga soprattutto il meridione, in realtà è un fenomeno che si espande a macchia di leopardo in tutto il paese e fa parte del mercato del lavoro italiano. C’è – conclude Scannavini- una sorta di sensazione diffusa per la quale andare a lavorare presto significhi acquisire competenze, ma è importante sottolineare come il lavoro precoce non possa essere mai un sostituto della formazione e dell’istruzione scolastica. Formarsi e studiare è fondamentale per ogni individuo, in quanto permette di acquisire tutte le competenze e strumenti che danno la possibilità di conoscere i propri diritti, e quindi anche di rivendicarli.