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La Giornata della Memoria è stata preceduta dalla discussione per una revisione del Trattato di Shengen. In Europa c’è chi vorrebbe chiudere le frontiere a chi scappa da guerre e persecuzioni. Per Chiara Favilli, docente di Diritto dell’Ue, non si risponde così ad una crisi umanitaria. La Danimarca confisca i beni dei rifugiati. A Bologna viene inaugurato oggi il Memoriale della Shoah.

Viene inaugurato oggi il Memoriale della Shoah di Bologna. L’idea fu lanciata appena un anno fa e, in tempi record e dopo un bando per la sua realizzazione, il monumento sorge nella piazzetta all’incrocio tra via Carracci e via Matteotti, presso la stazione dell’Alta Velocità.
“È un modo estremamente concreto per conferire alla città di Bologna la possibilità di essere testimone del tempo – ha commentato il presidente della Comunità Ebraica, Daniele De Paz – Vuole essere un nuovo luogo vivo, dove si potrà scambiare cultura e dove i popoli potranno incontrarsi e condividere quello che è successo 70 anni fa, che non deve più ripetersi”.

Ad aver vinto il bando e superato il parere qualificato di una giuria internazionale, presieduta da Peter Eisenman, che ha progettato l’analogo memoriale di Berlino, è stato lo studio Set Architects di Roma, che ha realizzato l’opera.
“Il memoriale è composto da due elementi monolitici alti 10 metri – spiega ai nostri microfoni l’architetto Onorato Di Manno – Si presentano chiusi esternamente, mentre in mezzo c’è un passaggio molto stretto che rivela il senso complessivo mediante la riproduzione ossessiva di celle modulari, che riprendono i dormitori dei campi di concentramento. Al passaggio il visitatore prova un senso di angoscia, con l’auspicio che possa fermarsi a riflettere”.

Alla vigilia della Giornata della Memoria, però, la Danimarca ha approvato una legge che prevede la confisca di denaro e beni ai profughi, come risarcimento per l’assistenza. Un provvedimento che ricorda la spoliazione degli ebrei. Molti dei Paesi europei che celebrano oggi la Giornata della Memoria, inoltre, sono gli stessi che lunedì ad Amsterdam hanno messo in discussione il Trattato di Shengen sulla libera circolazione, chiedendone la sospensione per due anni in modo da arginare il fenomeno dei flussi migratori che sta interessando l’Europa.
Le celebrazioni di oggi, dunque, rischiano di risultare amare ed ipocrite, dal momento che molti dei migranti che si affacciano alle frontiere europee scappano da guerre e persecuzioni.

“Quella in corso è una crisi umanitaria – ricorda Chiara Favilli, docente di Diritto dell’Ue e socia dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione – Il controllo delle frontiere, interne od esterne, non è lo strumento per gestire una situazione di questo tipo”. Per Favilli, dunque, manca una focalizzazione sul reale problema e sugli strumenti per affrontarlo.
Limitando Schengen, sottolinea la docente, si avranno pochi risultati sull’obiettivo che ci si prefigge e a pagarne le conseguenze saranno soprattutto i cittadini comunitari. Tutto ciò, in realtà, avviene per rispondere alla percezione di insicurezza, alla narrazione sull’invasione che, numeri alla mano, non esiste, ma che la politica sta inseguendo, lasciando che siano i singoli Stati a dettare la linea.

Ciò che servirebbe, secondo la docente di Diritto Ue, è invece un’azione su due fronti, con misure e piani di assistenza umanitaria e di integrazione da un lato, e di intelligence per il contrasto alle minacce terroristiche e al fenomeno dei foreign fighters dall’altro.
“Asgi e molte organizzazioni umanitarie – sottolinea Favilli – sostengono da tempo che si sarebbe dovuti intervenire un anno fa con un’operazione di assistenza umanitaria, forse oggi le nostre frontiere sarebbero meno pressate”.

Il vertice di Amsterdam si è concentrato a lungo sul ruolo della Grecia, con richieste di schedatura e blocco dei flussi che sembrano quasi voler indurre il Paese ellenico a violare la Convenzione di Ginevra sui rifugiati.
“Va ricordato fino allo sfinimento – osserva Favilli – che il diritto d’accesso ai richiedenti asilo deve essere garantito e anche di fronte ad uno spostamento interno dei migranti, lo Stato non può impedire loro l’accesso, salvo poi rimandarlo nel Paese che sta esaminando la domanda”. L’idea di respingimenti o rallentamento dei flussi, secondo la giurista, diventa quindi difficilmente sostenibile anche dal punto di vista giuridico.