Il Senato discute oggi il Jobs Act, per il quale il governo chiede la fiducia. In aula tensioni e bagarre. Renzi tenta di sfruttare il silenzio assenso sull’articolo 18, ma viene stoppato dai suoi. Landini: “Pronti ad occupare le fabbriche”.

“Non ci sto capendo nulla, non rilascio dichiarazioni”. Le parole del senatore Corradino Mineo, dissidente del Partito Democratico, descrivono bene la confusione che si respira oggi a Palazzo Madama, durante la discussione sul Jobs Act, per il quale il governo ha chiesto la fiducia.
Tra bagarre, espulsioni dall’aula, dichiarazioni e smentite, l’aula del Senato sta vivendo un giorno di ordinaria follia che testimonia, da un lato, la forzatura che sta compiendo il governo Renzi e, dall’altro, i malumori che persistono anche all’interno del Pd.

Articolo 18. La confusione sulla discussa norma dello Statuto dei Lavoratori che vieta i licenziamenti senza giusta causa è totale. Il governo, consapevole del fatto che l’abrogazione dell’articolo 18 resta un nodo spinoso tra i democratici, ha tentato di toglierlo dalla discussione sul Jobs Act, ma non per rinviare la discussione a tempi più sereni quanto, in sostanza, per contare su una sorta di silenzio assenso da far rientrare nella delega per la quale chiede la fiducia.
A stoppare Poletti e Renzi è stata Rosy Bindi, che richiama il regolamento: “L’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti. Così recita l’articolo 76 della Costituzione che ci risulta essere ancora in vigore.  Davvero non si capisce come il governo possa annunciare modifiche all’articolo 18 con i decreti legislativi in totale assenza di oggetto, principi e criteri direttivi nell’articolato della legge delega e nello stesso emendamento sul quale intende porre la fiducia”.
In altre parole, il governo non può decretare sull’articolo 18 se esso non fa parte della delega che chiede al Parlamento.

Le tensioni in aula. Durante la discussione, forte è stata la battaglia dei senatori del M5S che hanno interrotto gli interventi in più occasioni. Il presidente del Senato Pietro Grasso ha espulso il capogruppo grillino Vito Petrocelli, che brandiva un foglio bianco per simboleggiare il colore della delega che il governo chiede al Parlamento sulla riforma del mercato del lavoro.
Lo stesso Grasso ha poi sospeso la seduta, riaggiornandola alle ore 16, mentre la votazione finale sulla fiducia dovrebbe arrivare per le 17.

L’arroganza del premier e i poteri forti. Il premier Matteo Renzi quest’oggi manifesta più tensione e meno ottimismo rispetto a quello ostentato ieri e parla con tono duro: “Ci contestino pure – afferma Renzi riferendosi alle manifestazioni della Cgil – ma noi questo Paese lo cambieremo”.
Di sicuro il premier ha appoggi importanti da parte di veri poteri forti, non quelli che egli ha spesso evocato. Ad intervenire, infatti, è stato il Fondo Monetario Internazionale che ha fatto sapere di condividere – ritenendola “audace e ambiziosa” – la riforma del mercato del lavoro e in particolare il contratto a tutele crescenti. “Aiuterà a superare il dualismo del mercato del lavoro italiano”, ha affermato Kenneth Kang, capo missione del Fmi in Italia durante una presentazione del rapporto annuale sulla penisola.

Le contestazioni. La Cgil ha chiesto mobilitazioni in diverse regioni in concomitanza con il voto di fiducia. Resta confermata anche la mobilitazione del 25 ottobre, ma nei territori, come ad esempio l’Emilia Romagna, ci saranno tappe intermedie, come la manifestazione proclamata per il 16 ottobre.
A Milano, durante conferenza Ue sull’occupazione, studenti e lavoratori hanno dato vita a proteste, occupando simbolicamente la direzione territoriale del ministero del Lavoro.
Dal palco dove si sono svolti i comizi conclusivi, il segretario nazionale della Fiom Maurizio Landini ha lanciato un messaggio al governo, dicendo che il sindacato è pronto ad occupare le fabbriche.