Due delegati sindacali dei Si Cobas agli arresti domiciliari, cinque divieti di dimora a Piacenza e provincia, ventinove denunce e, in aggiunta, tredicimila euro di multe per violazione delle norme anti-Covid. Sono questi i numeri dell’operazione giudiziaria ai danni dei lavoratori della Tnt FedEx di Piacenza che tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio scioperarono e protestarono con picchetti davanti allo stabilimento contro il rischio di licenziamenti e per ottenere miglioramenti economici.

La battaglia sindacale fu vinta, tant’è che qualche giorno dopo si ottenne un accordo con la proprietà di segno diametralmente opposto a quello che stava accadendo in altri Paesi europei, dove la fusione tra Tnt e FedEx si era portata con se dei licenziamenti. Cionostante, nell’ordinanza della Procura di Piacenza si sostiene che le proteste dei Si Cobas non avevano rivendicazioni concrete, ma avevano l’unico scopo di fare proselitismo presso altri lavoratori. Una teoria, quella della pubblica accusa, che ora dovrà essere dimostrata in un processo.

Domiciliari e altre misure cautelari per i Si Cobas, cos’è accaduto a Piacenza

Tra il 28 gennaio e il 5 febbraio presso lo stabilimento Tnt-FedEx di Piacenza lavoratori e sindacalisti di Si Cobas diedero vita ad una serie di scioperi e picchetti con blocco delle merci per rivendicare diritti e dignità.
«Nella giornata del primo febbraio – racconta ai nostri microfoni Eugenio Losco, avvocato difensore dei lavoratori e sindacalisti – la polizia, con una manovra sconsiderata, ha deciso di intervenire con la forza per sgomberare i lavoratori seduti a terra davanti ai cancelli. La polizia è intervenuta tirando a mano dei lacrimogeni, da lì ne è nata una confusione che poi ha determinato, secondo la pubblica accusa, la sussistenza del reato di resistenza».

È la resistenza aggravata, infatti, il reato più grave che viene imputato ai sindacalisti, a cui si aggiungono la violenza privata e l’occupazione di suolo pubblico.
I due delegati dei Si Cobas presenti ora sono ai domiciliari in quanto ritenuti i referenti e dunque i responsabili di quanto accaduto. «Pur non avendo commesso alcun atto materiale di violenza o di minaccia nei confronti delle forze dell’ordine – sottolinea l’avvocato – i due sono ritenuti responsabili del reato di resistenza. Il pubblico ministero aveva richiesto la misura restrittiva per tutti i 29 lavoratori identificati, ma il giudice ha deciso di applicarla solo per sette persone». Due, appunto, sono agli arresti domiciliari e cinque hanno il divieto di dimora a Piacenza e provincia.

Losco, però, sottolinea che le misure cautelari non sono gli unici provvedimenti adottati. «C’è tutto un corollario che è stato costruito ed applicato nei confronti di questi lavoratori – osserva – La maggioranza dei lavoratori della logistica è di origine straniera, quindi la loro possibilità di rimanere sul territorio è vincolata ad un permesso di soggiorno. Dopo questa operazione sono stati portati in questura e ad alcuni di loro sono stati notificati degli avvisi di avvio di un procedimento amministrativo volto alla revoca dei permessi di soggiorno».
Non solo: nei confronti della maggior parte degli indagati sono state avviate le procedure che potrebbero portare alla sorveglianza speciale o al foglio di via.

Per l’avvocato, le misure adottate sono assolutamente sproporzionate rispetto a quello che è successo. Se la sussistenza dei reati si verificherà durante il processo, appaiono comunque incomprensibili le esigenze cautelari che giustificano che, in attesa di un processo, si possano sottoporre dei lavoratori a delle misure così gravi.
«Le cinque persone che hanno il divieto di dimora – sottolinea Losco – vivono e lavorano a Piacenza ed hanno figli che frequentano le scuole a Piacenza. In questi giorni sono stati costretti ad allontanarsi dalle loro famiglie e vivono tutti insieme in un albergo appena fuori dalla provincia di Piacenza. È un’assurdità».

Ancora una volta è il settore della logistica a sperimentare la repressione nei confronti di quei lavoratori che provano ad alzare la testa ed opporsi a condizioni di sfruttamento, con fenomeni come le cooperative spurie e il caporalato.
«Quei lavoratori stavano conducendo una lotta più che giusta – conclude l’avvocato – tanto che pochi giorni dopo ottennero un accordo con l’azienda. Se non ci fossero state le lotte dei Si Cobas, nella logistica ci sarebbe ancora il caporalato».

ASCOLTA L’INTERVISTA AD EUGENIO LOSCO:

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