Un altro bambino è morto assiderato a Gaza martedì scorso per effetto delle piogge e del calo delle temperature che segnano l’arrivo del terzo inverno dall’inizio della rappresaglia genocidaria israeliana dopo il 7 ottobre 2023. Almeno ad altri tre neonati nei giorni precedenti era toccata la stessa sorte, mentre gli adulti muoiono, oltre che per le violazioni della tregua da parte israeliana con diversi bombardamenti, anche per il crollo dei ruderi in cui cercano riparo.

All’alba di ieri, giovedì 18 dicembre, l’Idf ha realizzato nuove incursioni nel sud della Striscia. Ad essere colpite sono state le città di Rafah e a Khan Yunis. Secondo Al Jazeera ci sono stati attacchi aerei e spari da parte di elicotteri israeliani.
La situazione umanitaria continua a essere drammatica, con migliaia di persone che si trovano sfollate in tende allagate per la pioggia, mentre l’ingresso di aiuti umanitari continua a essere centellinato dalle autorità israeliane.

L’inverno di Gaza: la situazione umanitaria nella Striscia

A raccontare la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza è stato, intervistato da Diana Santini di Radio Popolare, Francesco Sacchi, operatore di Emergency che si trova a Deir al Balah.
«A Gaza è arrivato l’inverno e le temperature sono scese in maniera drastica e nelle ultime settimane a più riprese ha iniziato a piovere e le piogge hanno causato molti allagamenti – racconta Sacchi – Si stima che all’interno della striscia ci sia 1.300.000 persone che hanno bisogno di un rifugio, un alloggio più solido e sicuro per passare l’inverno».

Le alluvioni hanno messo a dura prova le tende e gli alloggi di fortuna e sono state avviate misure per cercare di mitigare il più possibile l’impatto dell’acqua, ad esepio creando dei canali di scolo o il posizionamento di sacchi di sabbia.
«È chiaro che questo può aiutare solo in maniera minima la risposta umanitaria, che in questi due anni è sempre stata limitata dalle autorità israeliane», osserva l’operatore di Emergency, che sottolinea come siano entrate soltanto circa 50.000 tende per 270.000 persone e che 4.000 bancali di materiale per la costruzione di rifugi siano stati bloccati.
Oltre alle tende, il popolo gazawi cerca rifugio negli edifici pericolanti e semidistrutti che i bombardamenti hanno lasciato dietro di sè. In particolare più dell’80% degli edifici della Striscia, cioè tra i 300 e i 400mila stabili, risulta gravemente danneggiato.
Ma a mancare non sono solo i rifugi. «La situazione infrastrutturale è drammatica – sottolinea Sacchi – A mancare sono anche gli ospedali, le scuole, i servizi, le strade».

La popolazione gazawi è ovviamente stremata, ma al tempo stesso mostra una grande resilienza. Già la scorsa estate, con il blocco all’ingresso di aiuti, c’è stato il periodo critico della carestia. Problema che non è completamente risolto perché, anche se sono aumentati i beni in ingresso, non tutti gli alimenti vengono fatti passari.
«Le persone sono stanche – sottolinea l’operatore umanitario – ma la cosa impressionante è la velocità, il desiderio, la voglia con cui poi si riadattano ogni volta. Hanno dovuto subire tantissimi spostamenti, riaccamparsi tantissime volte, vivere condizioni drammatiche per tanti mesi anche senza cibo, però quello che ci colpisce tanto è la forza che hanno e la volontà, il desiderio di tornare il prima possibile a vivere una vita normale, dignitosa».