Nel 2011 piazza Tahrir de Il Cairo si riempì di egiziani che protestavano con lo slogan “Pane, libertà e giustizia sociale”. Quella egiziana non fu l’unica rivolta nel mondo arabo e, al pari di alcune altre, è stata letteralmente repressa.
Quindici anni dopo quella rivolta, un saggio analizza la transizione mancata, rimettendo al centro i movimenti dal basso e le strategie di una repressione che ha soffocato il dissenso. Si tratta di “L’Egitto di al-Sisi. Dalle proteste di piazza Tahrir alla repressione politica” (Bordeaux editore), scritto da Giuseppe Acconcia, docente di Geopolitica del Medio Oriente all’Università di Padova.
Dalla rivolta di piazza Tahrir alla repressione di al-Sisi: il libro di Acconcia sull’Egitto
Che cosa resta oggi dello spirito del 2011? Se lo chiede un nuovo e dettagliato saggio che ripercorre la parabola dell’Egitto contemporaneo, dalle incandescenti proteste di piazza Tahrir fino al ferreo consolidamento del potere militare sotto la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi. Il libro si propone di superare le letture superficiali che hanno spesso liquidato la Primavera Egiziana come una fiammata improvvisa e isolata, inserendola al contrario in un lungo e profondo ciclo di mobilitazioni popolari contro l’autoritarismo, le disuguaglianze economiche e la violenza di Stato.
Un lavoro di ricostruzione che Acconcia ha potuto fare anche sul campo, facendo corrispondenze per il Manifesto tra il 2009 e il 2014, intervistando attivisti e prendendo in esame due casi studio, quello dei comitati popolari sorti in quel periodo e quello dei sindacati autonomi.
La fotografia che ne esce è quella di un Egitto che ha vissuto una grande stagione di fermento, non solo politico o anche culturale. Acconcia ai nostri microfoni ricorda l’attivismo di giovani, di donne, quello sulle tecnologie o l’esplosione artistica dei graffiti.
Una vivacità che avrebbe potuto trovare uno sbocco durante il governo dei Fratelli Musulmani e la presidenza di Mohamed Morsi, ma così non fu perché la componente islamista, che pure aveva animato quelle piazze, escluse le altre componenti dal governo.

Il libro evidenzia come il destino della rivoluzione si sia giocato proprio nell’incontro – e nello scontro frontale – tra l’attivismo di strada, le forze dell’islamismo politico e le storiche élite militari del Paese. Un triplo binario che, tra alleanze fragili e tradimenti, ha progressivamente disattivato e frammentato il potenziale rivoluzionario della piazza.
La svolta autoritaria viene sviscerata non come un destino inevitabile, ma come il risultato di precise e sistematiche strategie di controllo. Il colpo di Stato del 2013 ha segnato il punto di non ritorno, l’atto di nascita di un regime militare che ha fatto della repressione e della cancellazione dello spazio pubblico i suoi pilastri fondamentali.
L’Egitto di al-Sisi si è fatto ben presto conoscere al mondo per la repressione paranoica di qualsiasi forma di dissenso. Il dato più eclatante riguarda i 65mila detenuti politici o il migliaio di esecuzioni capitali. La legislazione repressiva ha impedito il diritto di assemblea, molte organizzazioni sono state sciolte e i loro esponenti arrestati.
In mezzo alla morsa repressiva è capitata in due occasioni anche l’Italia, prima con la tortura e l’omicidio del ricercatore Giulio Regeni, poi con l’arresto e la detenzione di Patrick Zaki, studente egiziano dell’Università di Bologna.
Un ruolo importante nell’instaurazione di quella che a tutti gli effetti è una dittatura militare lo ha avuto la comunità internazionale, in particolare l’Occidente, che prima è stato a guardare senza intervenire e successivamente si è affrettato a riconoscere la nuova leadership egiziana.
Sullo sfondo, ma nemmeno tanto, gli interessi economici nei campi energetici e militari che l’Occidente coltiva col Cairo.
Oggi l’Egitto di al-Sisi si presenta come un Paese blindato, dove la stabilità apparente poggia sul silenziamento sistematico delle opposizioni. Eppure, il saggio si chiude con un interrogativo aperto e quantomai urgente: è davvero possibile cancellare del tutto la memoria di piazza Tahrir? E soprattutto, quali dinamiche sociali ed economiche potrebbero, in futuro, riaprire lo spazio per una nuova e inevitabile domanda di giustizia sociale? Una lettura cruciale per capire non solo il passato recente del Cairo, ma anche le correnti sotterranee che continuano ad attraversare il Medio Oriente.
ASCOLTA L’INTERVISTA A GIUSEPPE ACCONCIA:







