La recente delibera del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), approvata lo scorso 11 giugno, preoccupa le associazioni antimafia come Libera. Il provvedimento individua undici Procure distrettuali situate in aree considerate ad alta densità mafiosa, introducendo corsie preferenziali per agevolare la nomina di magistrati con una comprovata esperienza antimafia alla guida di questi uffici strategici.
Il problema, però, è che le Procure sono tutte al sud, ad eccezione di Roma. E ciò comporta il rischio di veicolare un messaggio distorto e anacronistico, ovvero che l’emergenza criminale resti un fenomeno quasi esclusivamente circoscritto al Meridione.

I presidi di Libera: «Le mafie sono anche qui»

La realtà dei fatti racconta una storia decisamente diversa. La geografia della criminalità organizzata ha subito mutamenti radicali negli ultimi decenni, dimostrando che le mafie non si fermano più ai confini del Sud. Al contrario, i numerosi processi celebrati in tutto il Centro e il Nord Italia testimoniano una presenza pervasiva e silenziosa. Le organizzazioni criminali hanno saputo evolversi con rapidità, affiancando ai tradizionali metodi coercitivi una fitta rete di reati economici e finanziari. In questo modo sono riuscite a infiltrarsi in profondità nei tessuti produttivi, sociali e persino culturali di regioni storicamente ritenute distanti da certe dinamiche, come dimostrano le sentenze definitive e i dati statistici relativi a territori quali l’Emilia-Romagna, la Lombardia, il Piemonte, la Liguria, il Veneto e la Toscana.

«Il CSM, per stabilire se un territorio è ad alta densita mafiosa, ha adottato criteri come il numero di 41 bis o di Comuni sciolti per mafia – osserva ai nostri microfoni Andrea Giagnorio, referente di Libera Bologna – ma non considera altri criteri che invece rendono la presenza mafiosa nei nostri territori evidente, come il numero di interdittive antimafia o il numero di beni sequestrati».

Proprio per contrastare questa percezione parziale e stimolare un’evoluzione degli strumenti di osservazione istituzionali, Libera Emilia-Romagna, insieme a una fitta rete di associazioni partner, ha promosso un’azione congiunta nelle principali piazze delle regioni centro-settentrionali. L’iniziativa nasce dall’urgenza di diffondere una maggiore consapevolezza pubblica sulla dimensione ormai nazionale del fenomeno mafioso e sulla necessità di adottare lenti analitiche capaci di intercettarne le continue metamorfosi.
Secondo i promotori della mobilitazione, continuare a riconoscere la mafia soltanto nei territori in cui si manifesta in modo più eclatante e rumoroso significa implicitamente condannarsi a non vederla laddove agisce in modo più silente, protetto e, di conseguenza, economicamente dannoso per la collettività.

Il cuore di questa mobilitazione si traduce oggi in una serie di presidi territoriali, pensati per portare il tema direttamente davanti ai luoghi simbolo della giustizia. In Emilia-Romagna la rete dell’associazionismo ha organizzato un doppio appuntamento per la giornata del 18 giugno, coinvolgendo due snodi cruciali per la storia giudiziaria recente della regione. Il primo momento di confronto è fissato a Bologna alle ore 12 in Piazza dei Tribunali, mentre il secondo presidio si terrà a Reggio Emilia alle ore 13, proprio davanti al Tribunale di via Paterlini, offrendo alla cittadinanza un’occasione di presidio e di riflessione sul futuro della lotta alla criminalità organizzata.

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