Il commercio di vicinato bolognese continua a perdere terreno, e i numeri raccontano una dinamica precisa. Secondo l’elaborazione diffusa nel marzo scorso da Confcommercio Ascom Bologna sui dati delle Camere di commercio e di Unioncamere Emilia-Romagna, nel 2025 le vendite del commercio al dettaglio hanno registrato un calo complessivo dello 0,3%, con il comparto non alimentare a meno 1,4% e abbigliamento e accessori a meno 2,9%. A crescere sono stati soltanto ipermercati, supermercati e grandi magazzini, con un più 3%, mentre la piccola distribuzione da uno a cinque addetti ha ceduto l’1,4%.

Dentro quel quadro, però, esistono attività che nello stesso periodo hanno tenuto o sono cresciute. Non hanno cambiato prodotto e non hanno abbassato i prezzi per inseguire la grande distribuzione, terreno su cui una bottega perde per definizione. Hanno cambiato il modo in cui i clienti le raggiungono, smettendo di dipendere dal passaggio davanti alla vetrina.

Il passaggio in strada non è più la principale fonte di clienti

La premessa da cui partono queste esperienze riguarda un cambiamento nelle abitudini di acquisto che il commercio di quartiere ha registrato con ritardo. La ricerca di un negozio, di un laboratorio o di un servizio comincia quasi sempre dal telefono, e comincia prima dell’uscita di casa. Chi non compare in quella fase viene escluso dalla scelta senza saperlo, indipendentemente dalla qualità di ciò che vende.

Il meccanismo penalizza in modo particolare le attività storiche, per una ragione paradossale: sono quelle che per decenni hanno funzionato bene senza fare nulla di tutto questo, perché il quartiere le conosceva. Il ricambio della popolazione nelle zone centrali, la crescita degli affitti brevi e la mobilità dei residenti hanno assottigliato quel bacino di conoscenza diretta, e la reputazione costruita in trent’anni non si trasmette a chi si è trasferito l’anno scorso.

La contromossa non richiede investimenti importanti. Richiede la presenza in un punto preciso, cioè la scheda sulle mappe, con orari che corrispondono alla realtà anche nei periodi di chiusura, una categoria merceologica scelta con precisione invece che in modo generico, e fotografie recenti dell’interno e dei prodotti. Un negozio di alimentari classificato in modo vago riceve meno contatti di uno che dichiara esplicitamente le lavorazioni che sa fare.

Le recensioni come conversazione, non come voto

Il secondo elemento comune alle attività che hanno tenuto riguarda la gestione dei giudizi online, affrontata come una relazione con il quartiere invece che come un punteggio da difendere.

Chi legge le recensioni prima di scegliere guarda quasi sempre prima quelle negative, e valuta la risposta dell’esercente più del contenuto della lamentela. Una replica breve, che riconosce il fatto e spiega cosa è stato fatto, produce un effetto migliore del silenzio, e produce un effetto migliore anche di una valutazione media più alta senza risposte. La reazione risentita, che nelle attività a conduzione familiare è la tentazione più frequente, amplifica il danno perché resta leggibile per anni.

Conta poi la freschezza. Un flusso costante di giudizi recenti pesa più di un numero elevato accumulato in passato, perché segnala un’attività viva. Chiedere il giudizio subito dopo un servizio andato bene, senza incentivi e senza insistere, resta la pratica che funziona meglio, e diverse botteghe bolognesi l’hanno inserita nella normale conversazione al banco.

Vendere oltre il quartiere senza diventare un negozio online

La terza mossa riguarda l’allargamento del bacino, e qui conviene sgombrare il campo da un’aspettativa eccessiva. Aprire un negozio online non è la strada giusta per tutti: i dati Istat indicano che solo il 20,1% delle imprese con almeno dieci addetti ha effettuato vendite online nell’anno precedente, e la quota è rimasta ferma rispetto all’anno prima. La ragione è che la vendita a distanza porta con sé logistica, imballaggio, gestione dei resi e assistenza, cioè funzioni che in una struttura di due o tre persone tolgono ore al lavoro principale.

Le forme intermedie rendono spesso di più. Un catalogo consultabile senza carrello, con la possibilità di ordinare scrivendo o telefonando, funziona bene per prodotti che richiedono una consulenza. La prenotazione di un ritiro in negozio intercetta chi ha visto il prodotto in rete e preferisce vederlo dal vivo. La spedizione limitata a una selezione ristretta di articoli, quelli che sopportano meglio il trasporto e reggono il costo, permette di provare il canale senza riorganizzare l’attività.

Sul fronte formativo la Camera di commercio di Bologna mette a disposizione delle imprese percorsi in rete dedicati al marketing digitale e alla vendita attraverso sito e marketplace, segnale che la domanda di queste competenze è mappata anche a livello istituzionale e che la difficoltà riguarda meno l’accesso alle informazioni che la loro applicazione quotidiana.

Dove si trovano le competenze, dentro e fuori dal negozio

Arriva prima o poi il momento in cui la gestione fatta la sera dopo la chiusura smette di reggere. Il segnale è quasi sempre lo stesso: l’attività online si interrompe per settimane appena la stagione si fa intensa, oppure genera contatti che non si riesce a seguire.

A quel punto le strade sono due. La prima consiste nel formare qualcuno all’interno, che funziona quando esiste una persona con il tempo e l’interesse per farlo e quando l’attività ha una dimensione sufficiente a giustificare quelle ore. La seconda consiste nel rivolgersi a un’agenzia di web marketing, e qui la difficoltà per una bottega sta nel valutare interlocutori che parlano un linguaggio poco familiare e nel confrontare proposte che descrivono attività diverse con parole simili.

Per iniziare a orientarsi vi consigliamo di passare in rassegna queste agenzie di web marketing della città di Bologna selezionate da DB Agenzie Italia, portale specializzato che propone schede dettagliate in cui è possibile valutare ogni aspetto delle principali realtà del territorio.

Per chi parte da zero il valore sta nel ridurre il campo prima ancora di chiedere il primo preventivo, perché conoscere quante realtà esistono e su cosa lavorano permette di mettere a confronto proposte omogenee invece di scegliere sulla base dell’unico nome che si conosceva.

Le domande da porre restano poi alla portata di chiunque, senza bisogno di competenze tecniche: chi seguirà concretamente il lavoro, cosa si misura per capire se sta funzionando, tenendo insieme telefonate e ingressi effettivi invece delle sole visualizzazioni, e a chi resta intestato il materiale prodotto. Sono verifiche elementari che nella pratica separano i rapporti utili da quelli che si esauriscono dopo pochi mesi.