Che cosa c’entra l’allegria con Medea, i desaparecidos, l’Iran, Dostoevskij e il silenzio di un corpo in scena? È la domanda che sembra porre Teatri di Vita con la nuova stagione autunnale, intitolata semplicemente “L’allegria”. Dal 18 settembre al 6 dicembre, il teatro di piazzetta Sergio Secci propone a Bologna un programma che, dietro un titolo apparentemente leggero, mette in fila alcune delle questioni più dure e urgenti del presente: la libertà, l’identità, la violenza, la memoria, la condizione femminile, la migrazione, il rapporto con il potere.

L’allegria: il programma di settembre e ottobre di Teatri di Vita

Ad aprire il percorso, dal 18 al 20 settembre, sarà “Casa di bambola”, produzione Elsinor con la regia di Ivonne Capece. Al centro c’è Nora, protagonista del celebre testo di Henrik Ibsen: una donna che scopre progressivamente la distanza tra il ruolo che la società le ha assegnato e la propria necessità di autodeterminazione.
Il 3 e 4 ottobre, Andrea Adriatico porta in scena “Francesco. Cantico per creature”, con Eva Robin’s, costruendo un dialogo tra il “Cantico delle creature” e una figura che da decenni attraversa i confini di genere, identità e rappresentazione.

Il 13 ottobre, con Boris Charmatz, arriva a Teatri di Vita “Muette”, una creazione in cui la danza diventa uno strumento per interrogare ciò che non viene detto. Il silenzio non soltanto assenza di parole, ma materia scenica, gesto, tensione.
Il corpo torna protagonista anche nelle due riletture di “Medea” che attraversano la stagione. Da una parte, il 27 e il 28 ottobre, c’è “Me.dea” di Manicomics TeatroCirco, che affronta la tragedia attraverso il linguaggio del clown contemporaneo. Dall’altra, dal 30 ottobre al 1° novembre, “Medea killer” di Akròama propone una nuova immersione nel mito della donna che, nella tradizione occidentale, è diventata il simbolo stesso della vendetta e della maternità portata all’estremo.

L’allegria: il programma di novembre e dicembre

Con “Mohabbat (sull’Iran)”, il 3 novembre, Afshin Varjavandi porta in scena la danza come strumento di riflessione sulla cultura persiana, sull’identità e sulle persone costrette a lasciare il proprio Paese. La parola “mohabbat” richiama l’affetto, la cura, l’amore: sentimenti che diventano anche una possibile forma di resistenza.
Il viaggio prosegue poi, dal 6 all’8 novembre, nella letteratura con “L’idiota”, rilettura di Dostoevskij affidata a Valerio Pietrovita. Il principe Myskin, figura apparentemente inadatta al mondo proprio perché troppo vicina all’idea di bontà, diventa il centro di un lavoro che interroga il rapporto tra innocenza e società, tra individuo e comunità.

Dal 20 al 22 novembre, con “Tape. La registrazione”, di Stephen Belber, il teatro diventa un luogo nel quale la verità non è mai completamente stabile. Una vicenda viene raccontata, ricordata e reinterpretata da punti di vista diversi, mettendo in discussione la memoria, il consenso e la responsabilità individuale.
Ancora più esplicitamente politico è “Pedro e il capitano”, di Mario Benedetti, prodotto dal Teatro Libero di Palermo, in programma il 27 e 28 novembre. Un interrogatorio, una stanza chiusa, una vittima e il suo carnefice. Sullo sfondo ci sono le dittature sudamericane e la tragedia dei desaparecidos, ma il confronto scenico diventa soprattutto una riflessione sul potere e sulla possibilità, per chi subisce la violenza, di conservare una forma di libertà interiore.

E proprio quando il percorso sembra avere toccato alcuni dei luoghi più bui del programma, arriva, dal 4 al 7 dicembre, “Le sedie”, in un progetto che guarda al teatro come spazio di partecipazione. Il pubblico non è più soltanto spettatore, ma può diventare parte dell’azione.

ASCOLTA L’INTERVISTA AL DIRETTORE ARTISTICO STEFANO CASI: