La Scrittura di Camera Lirica del chitarrista e compositore si conferma come uno degli episodi più interessanti della scena musicale attuale

Sabato di Pasqua il Torrione di Ferrara si è fatto Royal Albert Hall e, nei suoi spazi ridotti da jazz club, ha presentato la big band del chitarrista Domenico Caliri  con una suddivisione degli spazi tali da far impallidire la stessa IKEA, trovando posto per  un organico di ben 14  multistrumentisti. Una scommessa non facile tra densità umana, amplificazione e fruibilità dell’evento. Il coraggio di questa scelta è stata ricompensata con una serata importante, molto apprezzata dal pubblico presente.

Nel programma musicale viene offerta “Camera Lirica”, progetto già presentato nell’ultima poduzione discografica del chitarrista Domenico Caliri, opera ampiamente lodata dalla critica più attenta. Lo stesso Enrico Rava ha felicemente definito questo lavoro come una “Foresta di Suoni”. Ma non pensate ad una jungla incolta, dove sottobosco ed alberi crescono spontanei e casuali. Tutt’altro: la selva musicale di Caliri è rigorosamente divisa in aiuole e filari, dove nemmeno una foglia cade fuori posto. E’ il fascino della scrittura, una malia amplificata dal grande organico a disposizione del compositore con tanti professionisti pronti a dare corpo ed anima ad un intricato spartito. Come si conviene ad una moderna partitura le stanze musicali si fanno matriosca e confluiscono una dentro l’altra, scandite dall’appassionata conduzione di Caliri: guardando le espressioni, il linguaggio del corpo e i movimenti della bacchetta del conduttore, si comprendono  meglio le pulsioni e le intenzionii creative del chitarrista. In questo bosco di note così rigorosamente architettato nascono allora i fiori degli ottimi improvvisatori come Piero Bittolo Bon, Beppe Scardino, Alfonso Santimone, Francesco Bigoni e degli altri compagni di avventura. Il rapporto tema/improvvisazione si capovolge: non più, come nelle mitiche C Jam Blues di elingtoniana memoria, il tema è pretesto per gli assoli, ma gli assoli sono lo sviluppo della scrittura. Un’inversione di tendenza che segnala quanto sia mutata l’attrazione fatale di certa avanguardia dai tempi dell’improvvisazione radicale. Temi riecheggianti la grande tradizione sinfonica russa, delicatissimi e malinconici sospiri per Auschwitz, momenti di funky subito interdetti dalla voluta frammentazione ritmica, unisoni di improvvisazione collettiva, fluiscono in questa Camera Lirica del calendoscopio creativo. Dunque il richiamo della foresta di suoni non è affatto un impulso inconoscibile, ma un primato della razionalità per nulla opposto al mondo dei sentimenti. Ascoltando la Camera Lirica dell’anagrammato Caliri si entra nell’era post zappiana, dove l’insegnamento del mitico Padre delle Invenzioni è già completamente assimilato e diventato sentire comune: oltre gli steccati dei generi, le contaminazioni tra musica “alta” e cultura pop, pregiudizi e sciocche presunte aristocrazie, oltre a tutta questa sorda vanità si aprono le prateria della fantasia musicale e della possibilità esecutiva. Nei brani ascoltati sabato al Torrione troviamo echi Stravinskij, Carla Bley, Kurt Weill, Steve Coleman e dello stesso Zappa, ma soprattutto incontriamo Domenico Caliri.

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