Il 16 gennaio il Tribunale de L’Aquila ha emesso la sentenza di primo grado nel processo a carico dei cittadini palestinesi Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, accusati di terrorismo per il presunto finanziamento alla Brigata di Tulkarem, attiva nella resistenza armata contro l’occupazione israeliana in Cisgiordania.
Il verdetto ha portato alla condanna di Yaeesh a 5 anni e 6 mesi di reclusione, mentre Irar e Doghmosh sono stati assolti per insufficienza di prove. Una decisione che non chiude però una vicenda giudiziaria e politica destinata a proseguire: la difesa ha già annunciato il ricorso in appello contro la condanna di Yaeesh, mentre la procura potrebbe impugnare sia la pena ritenuta troppo lieve sia le assoluzioni.

La sentenza del processo ad Anan, Ali e Mansour e il tema in discussione: la legittimità della resistenza palestinese all’occupazione

Fin dall’inizio, il processo è stato accompagnato da forti contestazioni da parte di attivisti e associazioni solidali con la causa palestinese, che parlano apertamente di “processo per procura”, nato su impulso delle autorità israeliane. Israele aveva infatti chiesto l’estradizione di Yaeesh, richiesta poi respinta dall’Italia poco prima dell’avvio del procedimento.
Secondo i Giovani Palestinesi, che hanno seguito l’intero iter con presidi e mobilitazioni davanti al tribunale, l’impianto accusatorio si è fondato in larga parte su materiale fornito dai servizi di intelligence israeliani, incluse testimonianze di detenuti nelle carceri israeliane. Prove che, nel corso del dibattimento, sono state in larga misura dichiarate inutilizzabili.
«Questo processo è un caso unico – ha dichiarato Laila Awad dei Giovani Palestinesi d’Italia –. Inizialmente vengono accolte testimonianze ottenute dai servizi segreti israeliani nella Palestina occupata, spesso sotto tortura, e utilizzate in un tribunale italiano. Poi decine di verbali vengono stracciati. Allo stesso tempo, delle quaranta testimonianze presentate dalla difesa, solo tre sono state ammesse».

Al centro del procedimento c’è anche una questione giuridica di fondo: il confine tra terrorismo e legittima resistenza. Yaeesh non ha mai nascosto la propria militanza politica nella Brigata di Tulkarem e nel cosiddetto “Gruppo di risposta rapida”. La difesa ha richiamato le convenzioni internazionali, secondo cui le azioni contro militari di una potenza occupante rientrano nella legittima resistenza e diventano terrorismo solo se dirette contro civili.
È su questo punto che si è concentrata gran parte della discussione processuale. L’azione ipotizzata dall’accusa avrebbe avuto come obiettivo l’insediamento israeliano di Avney Hefetz, nella Cisgiordania occupata, un insediamento che – secondo la difesa – presenta caratteristiche simili a quelle di un presidio militare ed è abitato da coloni armati e organizzati.

Il contesto politico non è secondario. Il processo si è aperto poco dopo il rifiuto italiano all’estradizione di Yaeesh, motivato anche dal quadro di guerra in corso a Gaza. Come ha scritto la ricercatrice italo-palestinese Mjriam Abu Samra, questa sequenza evidenzia l’intreccio tra strategie transnazionali di contrasto ai movimenti palestinesi e l’azione giudiziaria in diversi Paesi europei, in un quadro di stretta cooperazione con Israele.
Anche l’assoluzione di Irar e Doghmosh viene letta in questa chiave critica. L’assoluzione per insufficienza di prove, secondo i sostenitori dei tre imputati, avrebbe consentito di non smontare del tutto l’impianto accusatorio dell’associazione terroristica. «Sono state coinvolte due persone innocenti arbitrariamente – ha dichiarato l’avvocato Flavio Rossi Albertini – tanto è vero che già sei mesi dopo la Cassazione aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare nei loro confronti».

Ora l’attenzione si sposta sulle motivazioni della sentenza, attese entro 90 giorni. Sarà in quel momento che si chiariranno le basi giuridiche della condanna di Yaeesh come “terrorista”, una definizione che, secondo i suoi sostenitori, rispecchierebbe più le politiche repressive israeliane che il diritto internazionale.
Nel frattempo, le mobilitazioni continuano. «Sappiamo che è importante restituire un contesto a questo processo e alla storia dei prigionieri palestinesi», afferma ancora Awad. Una nuova fase di iniziative è già annunciata per chiedere la liberazione di Yaeesh e una revisione critica dell’intero procedimento.
Durante i due anni di processo, davanti al tribunale aquilano si sono susseguiti presidi e manifestazioni. “La resistenza non si processa” è uno degli slogan più ripetuti. Un segnale di come, oltre le aule giudiziarie, il caso Yaeesh resti una questione apertamente politica.

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