Domenica 8 marzo, in occasione della Giornata internazionale delle Donne, ricorre il decimo anno dello sciopero tansfemminista nazionale e internazionale. A chiamare le piazze in tutta Italia saranno i diversi nodi del movimento transfemminista Non Una Di Meno, insieme a collettive e soggetti politici che si muovono all’interno dello stesso movimento.
Quest’anno l’8 marzo sarà di domenica, per cui in numerose città tra cui Bologna, i cortei territoriali si terranno lunedì 9 marzo, mentre il corteo nazionale a Roma si svolgerà l’8.
L’8 marzo di Non Una di Meno: sciopero dal genere, dai generi e dal lavoro di cura
Per l’8 marzo a Bologna Non Una Di Meno ha chiamato una giornata di mobilitazione in Piazza Maggiore dalle 12.30 con “Una domenica in S/famiglia”.
Il 9 marzo, giornata di sciopero, inizierà alle 9:30 sempre in Piazza Maggiore con microfono aperto, spazio bimb3 e laboratorie. Nel pomeriggio, il preconcentramento sarà alle 16:00 e la partenza del corteo alle 17:30, mentre il preconcentramento universitario chiamato dalla collettiva transfemminista universitaria La Malaeducacion, sarà alle 14:30 in Piazza Verdi per ricongiungersi a Non Una Di Meno in Piazza Maggiore, con uno spezzone studentesco.
Le rivendicazioni si inseriscono in un presente dove la violenza patriarcale ha assunto ancora di più forme che permeano la società moderna e che colpiscono le persone che già vivono ai margini: le donne, le persone trans, le persone razzializzate, le precarie e le lavoratrici.
La violenza, sottolinea Non Una Di Meno, non è mai stata un’emergenza ma un sistema: lo si vede dalla legge di bilancio che immobilizza le donne nel ruolo di madri povere e caregiver gratuite. Le donne, in particolare, sono i soggetti più colpiti dall’impoverimento prodotto da inflazione e salari, mentre la finanziaria si muove verso un riarmo italiano ed europeo.
Il riscontro materiale è chiaro: definanziamento alla sanità, ai centri antiviolenza, all’istruzione e a tutti i servizi pubblici per destinare le risorse alla guerra. Ciò porta ad una precarizzazione sistemica delle donne e delle soggettività migranti, razzializzate e con background migratorio.
L’escalation bellica è estesa al piano transnazionale, quando si fa riferimento al genocidio incontrastato del popolo palestinese. L’attacco al Venezuela, al Rojava dove la resistenza femminista è sotto attacco, e all’Iran. Anche l’Occidente non è esente dalla pervasività della violenza istituzionale e politica, con le violenze e gli omicidi dell’Ice e ancora con l’approvazione e l’applicazione del decreto sicurezza in Italia.
L’economia di guerra, dunque, non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile. Allo stesso tempo è una questione transfemminista intersezionale, in quanto ha nel suo mirino delle “vittime” specifiche: prigioniere, lavoratrici, manifestanti, donne, persone queer, persone non abili, sex workers e migranti.
La risposta che il movimento transfemminista avanza è collettiva, culturale e quotidiana.
Riparte dalla messa in gioco, tramite le mobilitazioni e non solo, dei propri corpi da sempre bersaglio politico e di violenza; vengono messe al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura.
ASCOLTA L’INTERVISTA A FEDERICA DI NON UNA DI MENO BOLOGNA:







