Chi segue la nostra trasmissione sa che da qualche tempo, stiamo monitorando l’evolversi di un paio di questioni che potrebbero avere, nel caso andassero in porto i percorsi legislativi e attuativi in essere, un forte impatto sui nostri mestieri. Stiamo parlando, ovviamente, dell’internalizzazione del personale scolastico esterno delle scuole e della creazione di un albo delle professioni pedagogiche. Per aiutarci a comprendere qualcosa di quelli che paiono essere ormai diventati dei patchwork normativi senza capo né coda, ci avvaliamo, fin dal principio, del contributo di Paola Di Michele, psicologa clinica, formatrice, esperta in materie educative.

Nel corso dell’intervista radiofonica che trovate in coda a queste righe, Paola Di Michele esprime le sue perplessità sulle recenti modifiche al decreto legislativo 66/2017, in particolare sul cambio di profilo degli Assistenti all’Autonomia e alla Comunicazione, che da “professionisti” rischiano di essere riclassificati come semplici “operatori”. Tali modifiche si intrecciano con un atto della Conferenza Unificata delle Regioni che prevede un corso di 600 ore, in luogo della laurea, per svolgere questa funzione. Un passaggio tutt’altro che neutro: l’abolizione di alcuni commi chiave del decreto elimina infatti il riferimento al trattamento economico più favorevole, aprendo la strada a un diffuso demansionamento di lavoratori oggi qualificati diversamente. Il rischio concreto è quello di un arretramento professionale e salariale, con ricadute pesanti sia sulla dignità del lavoro educativo sia sulla qualità dell’inclusione scolastica. Va inoltre smentita l’idea che il nuovo disegno di legge possa portare a stabilizzazioni o internalizzazioni del personale: gli enti locali, vincolati da bilanci sempre più fragili, infatti, non hanno alcun obbligo di assunzione.

In tutto questo, continuano a latitare quelle organizzazioni che dovrebbero avere maggiormente a cuore la tutela di queste figure professionali, pensiamo soprattutto ai sindacati e al mondo accademico e pedagogico. Sostituire la parola “professionista” con quella di “operatore” non è un’operazione neutra, puramente formale, tutt’altro: sottintende un cambio di paradigma che riporta ancora più indietro negli anni il sistema dell’inclusione scolastica.