L’esecuzione dell’inno di Mameli da parte di Laura Pausini ha riproposto i fronti di due idee opposte su cosa sia un inno nazionale. E soprattutto su come debba essere riproposto l’Inno di Mameli, il simbolo che fin dalle prime note ci accomuna come italiani e ci fa sentire quello che può essere definito come l’orgoglio dell’appartenenza.

Prima tesi: l’inno non va snaturato

Per una parte consistente di musicisti e semplici ascoltatori, l’Inno di Mameli non è una cover, non deve essere inteso/frainteso come  uno spazio interpretativo personale. È una marcia risorgimentale, scritta nel 1847 da Michele Novaro su parole inviategli da Goffredo Mameli; una marcia pensata per essere ritmica, tesa, riconoscibile, e soprattutto cantabile da una moltitudine di persone all’unisono.

In questa prospettiva, ciò che viene contestato non è la qualità vocale dell’esecuzione di Laura Pausini, ma la trasformazione della funzione del brano e della sua capacità evocativa. Quando l’inno viene sovra-caricato emotivamente e personalizzato nello stile, secondo questa tesi perde il suo ruolo originario: diventa un momento di ascolto della capacità di un singolo, e perde la sua funzione di atto comunitario.

Non è una questione di gusto. È una questione di grammatica musicale e simbolica.
L’inno – dicono – non deve celebrare  chi lo sta cantando in quel momento, ma invece deve raccontare chi siamo, la nostra storia e identità culturale. E se diventa il luogo in cui l’artista afferma la propria identità, qualcosa si rompe.

Seconda tesi: l’inno vive solo se viene svecchiato e dona emozioni nuove

Dall’altra parte, c’è una posizione altrettanto netta, anche se spesso espressa con meno tecnicismi: un inno che non emoziona è un inno morto. Chi difende l’interpretazione di Pausini non nega la natura simbolica del brano, ma rifiuta l’idea che il rispetto coincida con l’immutabilità. Secondo questa visione, la musica – anche quella più istituzionale – deve poter parlare al presente, e l’emozione resta il criterio ultimo di senso, declinato coi linguaggi attuali. E allora, qui entrano in gioco altri elementi: la forza vocale, l’intensità, il carisma e la capacità di reggere un appuntamento così impegnativo.

ASCOLTA L’INNO DI MAMELI CANTATO DA LAURA PAUSINI:

Il corto circuito del dibattito: quando entrano in gioco le antipatie personali

Tra queste due macro-tesi, però, si è infilato un terzo elemento, che ha reso la polemica esplosiva: la personalizzazione dello scontro, in pieno stile italico e internettaro. Laura Pausini è diventata un corpo simbolico su cui si sono riversate molte cose: antipatie pregresse, giudizi politici, rancori mediatici e fastidi vari accumulati nel tempo. In questo corto circuito, le dissertazioni estetiche saltano e diventano condanna morale da una parte, e difesa rancorosa dall’altra. Ogni tentativo di analisi – anche tecnica, anche argomentata – è stato risucchiato dalla logica del tifo.

Tiriamo le fila: la posizione di Morgan

Il mio personale parere coincide con quello di Morgan (che potete ascoltare nell’audio in calce al presente articolo). Onore alla Pausini per la capacità vocale e la tenuta nervosa: Laura Pausini è una macchina, una sorta di intelligenza artificiale vivente e canterina, non sbaglia, non stona, non sbava i gesti, è perfetta sempre. Tuttavia, l’esecuzione troppo a piena voce, i gorgheggi, le divisioni metriche alterate secondo stilemi personali della cantante, e la spettacolarizzazione eccessiva, fanno sconfinare l’esibizione nel “mondo Disney” cui ha accennato Morgan. Una scelta di maniera che ha tolto la marzialità dell’Inno di Mameli. Anzi, in un punto di divisione ritmica è stata obiettivamente esagerata e in contrasto col coro. Ritengo che la vera responsabilità sia dei vertici Rai, che in un evento istituzionale avrebbero dovuto meglio concordare e definire l’autonomia creativa dell’artista, che ovviamente si prende tutto lo spazio che viene concesso.

Mameli-Novaro: un inno che resiste al tempo e alle critiche

Vorrei chiudere con due parole sull’inno di Goffredo Mameli e di Michele Novaro. Nel corso dei decenni, si è più volte discusso sull’opportunità di cambiarlo. Una proposta che è tornata ciclicamente nel dibattito politico e culturale, perché l’inno di Mameli sembrava troppo datato, marziale e retorico. Eppure il canto degli italiani è sempre rimasto quello.
Non perché sia musicalmente perfetto, non perché sia intoccabile per legge o per tradizione cieca, ma perché ha continuato a funzionare come simbolo. A resistere. A essere riconosciuto. A essere cantato da moltitudini di persone in riti collettivi, come ad esempio le partite della Nazionale di calcio. Forse è anche per questo che ogni tentativo di “aggiustarlo”, modernizzarlo o personalizzarlo genera reazioni così forti: non si sta intervenendo su una canzone qualunque, ma su un oggetto che, nel bene e nel male, ha dimostrato di non avere bisogno di essere reinventato per sopravvivere.

ASCOLTA IL PARERE DI MORGAN: