Le vicende che hanno coinvolto Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, e il collettivo Autistici/Inventati, l’infrastruttura digitale italiana libera, hanno un punto in comune. Entrambi infatti sono finiti nel mirino dell’Amministrazione Trump, con provvedimenti che hanno avuto delle conseguenze per ciò che riguarda la repressione economica. Analoga sorte, del resto, è accaduta anche ai giudici della Corte Penale Internazionale.
Ciò che è emerso da queste vicende è che gli Stati Uniti hanno il potere, anche al di fuori del diritto internazionale e di quello bancario, di fare leva sui rapporti di forza per portare alla chiusura di conti correnti in tutto il mondo e di isolare chi finisce nel loro mirino.
La repressione economica per fini politici e la dipendenza dagli Usa del sistema bancario e finanziario
La vicenda di Albanese e quella di A/I, pur con caratteristiche diverse, hanno mostrato lo strapotere statunitense nel condizionare l’operato di banche ed istituti di credito in Europa, anche al di fuori delle pronunce di tribunali europei o del diritto bancario.
Non si tratta solo del cosiddetto de-risking, cioè la scelta degli istituti di credito di recidere i rapporti con i soggetti finiti nei radar delle sanzioni statunitensi per tutelarsi da rischi legali o reputazionali indiretti, pur non essendo formalmente obbligati da un ordine diretto della magistratura locale.
Secondo Banca Etica, presso cui i due soggetti sanzionati avevano un conto o avrebbero voluto aprirne uno, gli effetti delle sanzioni secondarie sono piuttosto diretti e mettono a rischio sia l’operatività (e i beni) di tutti i clienti della banca, sia l’esistenza degli istituti di credito stessi qualora decidessero di non attenersi ai diktat a stelle e strisce.
«È una vicenda complessa e brutta, perché siamo di fronte ad un attacco della sovranità europea», commenta ai nostri microfoni Claudia Vago, project manager di Valori.it, testata della Fondazione Banca Etica.
Vago spiega anche le possibili conseguenze per i correntisti dell’istituto di credito e il funzionamento del sistema finanziario digitale globale. «Nel momento in cui un istituto finanziario intrattenga rapporti con un soggetto finito nelle famose liste Ofac (liste statunitensi di persone o persone giuridiche soggette a sanzioni di natura economico finanziaria, ndr), automaticamente viene considerato dal resto del sistema finanziario come un soggetto a rischio e il sistema finanziario non dialoga più con lui».
La strada per l’emancipazione dal sistema appare incerta e lacunosa. «Ipotizziamo che, anziché avere le carte di credito appoggiate sui sistemi americani Visa o Mastercard, si decidesse di usare il circuito Bancomat, che è italiano – dettaglia la project manager di Valori.it – ciò non risolverebbe il problema, sia perché il circuito Bancomat non è accettato da tutti e ovunque, ad esempio è molto molto complicato fare acquisti online. In ogni caso, le altre banche con cui l’istituto di credito necessariamente deve dialogare potrebbero voler non interagirvi».
In altre parole, il sistema finanziario digitale del mondo, o almeno quello europeo, si basa su piattaforme statunitensi che rispondono alle decisioni, anche se unilaterali e politiche, dell’Amministrazione Usa.
C’è poi un’ulteriore questione che, nel caso di A/I è apparsa con chiarezza: il controllo e il potere esercitato dagli Usa può avvenire fuori dalla cornice legale e del diritto.
«Una docente di diritto bancario che abbiamo intervistato – sottolinea Vago – ha spiegato che viene fatto un uso politico delle liste Ofac. Il problema è che anche strumenti che apparentemente sarebbero tecnici vengono usati politicamente per far passare una linea. È ciò è pericolosissimo. Ora è successo ad Albanese, ai giudici della Cpi e ad A/I, ma domani a chi succederà? Vogliamo aspettare che accada ad Action Aid o a Emergency? Vogliamo stare qui fermi o vogliamo agire affinché non ci sia più un prossimo?». Per questo Vago individua come necessaria ed urgente una pressione sulle istituzioni nazionali ed europee affinché venga affrontata la questione.
ASCOLTA L’INTERVISTA A CLAUDIA VAGO:







