Se c’è una categoria che più di ogni altra in questi anni ha costruito lotte partecipate ed efficaci, è senza dubbio quella dei lavoratori portuali.
Già dai tempi della guerra in Yemen, poi soprattutto con il genocidio a Gaza ed altri conflitti, sono stati i porti ad agire blocchi delle armi in partenza, ma anche a indire manifestazioni e scioperi generali che, in Italia, hanno registrato il record di manifestanti degli ultimi decenni.
Venerdì prossimo, 6 febbraio, i portuali tenteranno un salto di qualità con lo sciopero internazionale dei porti, che mette insieme l’opposizione alla guerra e la difesa dei diritti del lavoro.

Contro la guerra e per il lavoro: lo sciopero internazionale dei porti

È José Nivoi del Calp di Genova, ai nostri microfoni a raccontare il percorso che ha portato alla giornata del 6 febbraio.
Tutto, in particolare, comincia il 25 febbraio 2025, quando i camalli genovesi si sono messi in rete con i colleghi del Pireo e di altre nazioni, partecipando ad un’assemblea tenutasi ad Atene che aveva proprio lo scopo di creare una convergenza delle diverse lotte.
Lì sono stati trovati punti di contatto, soprattutto sul lavoro, che hanno messo in evidenza le conseguenze delle scelte belliche dei governi europei afferenti alla Nato.
«Basti pensare che nel solo 2025 gli armatori italiani hanno avuto 5 miliardi di ricavi – osserva Nivoi – mentre il nostro aumento contrattuale ammonta ad appena 129 euro netti, che andranno a regime solo nel 2027».

La rete dei porti ha coinvolto inizialmente quelli del bacino del Mediterraneo e, al momento del lancio dello sciopero internazionale del 6 febbraio, avevano dato la propria adesione 21 scali, di cui 11 italiani.
Piano piano, però, la rete si è allargata e gli organizzatori sono stati contattati da altri porti che hanno deciso di partecipare alla mobilitazione. Tra questi ci sono i porti colombiani e brasiliani, quelli tedeschi, ma anche quelli statunitensi, in particolare tra coloro che nelle scorse settimane si sono mobilitati contro l’Ice e le politiche di Trump.
«È stato faticoso mettere insieme tutti – confessa l’attivista del Calp – perché ogni Paese ha la propria regolamentazione degli scioperi».

Lo sciopero internazionale dei porti di venerdì prossimo proverà, per la prima volta in modo coordinato, a lanciare un messaggio univoco: i lavoratori non sono disponibili a mettere la propria manodopera e la propria fatica al servizio delle armi e degli interessi di guerra, contribuendo a sterminare altri popoli in quella che assomiglia sempre più alla terza guerra mondiale.

ASCOLTA L’INTERVISTA A JOSÈ NIVOI: