Anche se sui media italiani se ne parla poco, stanno suscitando molto clamore i cosiddetti Epstein Files, una vasta raccolta di documenti legali, testimonianze e prove multimediali relativi alle indagini sul finanziere Jeffrey Epstein, accusato di traffico sessuale di minori e morto in carcere nell’agosto del 2019.
Dagli oltre tre milioni di pagine emergono, oltre ai rapporti di potere del finanziere, casi raccapriccianti di violenze e pedofilia che potenzialmente, sottolinea il giornalista Leonardo Bianchi, possono alimentare infiniti complottismi. E proprio questo punto rischia di oscurare il nocciolo del caso: un sistema di violenza patriarcale e senso di impunità dei ricchi.

I contenuti degli Epstein Files: cosa emerge?

I contenuti degli Epstein Files investono una vasta sfera di ambiti, dai rapporti politici bipartisan, con una predilezione per l’estrema destra e i tentativi di costruzione di un nuovo ordine fascista, ai rapporti col Mossad e i servizi russi, fino ai festini a base di pedofilia e violenze sessuali, con dettagli falsi che sembrano pensati apposta per stuzzicare la fantasia, come i riti satanici e pure il cannibalismo.
Stando però al dato concreto, cioè la predazione sessuale di Epstein, emerge che le vittime potrebbero essere oltre 1200, un numero molto superiore a quanto inizialmente ipotizzato.

Un particolare riguarda il metodo di reclutamento delle vittime. Le testimonianze descrivono un sistema piramidale dove alcune vittime venivano pagate per reclutarne altre. Emerge anche che nei messaggi scambiati venivano usati termini in codice (come “pizza” per riferirsi a minorenni) per eludere la sorveglianza.
Proprio il nome della pietanza di origine italiana è al centro di un celebre complottismo, il cosiddetto Pizza Gate, che descriveva uno scenario simile a quello emerso, fatto di pedofilia e riti orgiastici.

Sul piano politico, gli Epstein Files confermano la capillarità delle relazioni del finanziere con l’élite mondiale. In particolare, i file contengono migliaia di pagine relative ai rapporti con Bill Gates e Elon Musk e compaiono nuove immagini e scambi che coinvolgono Donald Trump e Bill Clinton. Ma dai documenti spunta anche il nome di Noam Chomsky, influente linguista, filosofo, e attivista politico statunitense, a cui Epstein chiedeva consigli su come gestire mediaticamente le accuse di pedofilia.
Molto interessante è anche il rapporto tra Epstein e Steve Bannon, l’ideologo del populismo di destra e artefice della campagna elettorale di Trump.

Nella sua newsletter “Complotti”, Bianchi si sofferma sugli scambi tra Epstein e Bannon. «I due, tra le varie cose, parlavano di usare le criptovalute per finanziare “una coalizione populista e nazionalista” volta a impedire il ripetersi di fenomeni come il MeToo – sottolinea il giornalista – Nel 2018, un anno prima dell’arresto di Epstein, Bannon raccontava i suoi tentativi di federare l’estrema destra europea, vantandosi di essere diventato il “consigliere” di Matteo Salvini, di Alternative für Deutschland, del premier ungherese Viktor Orbán e del leader del partito Reform UK Nigel Farage. Da altre mail risalenti a quel periodo si capisce che Epstein era molto affascinato da 4chan (che in quegli anni era la culla dell’alt-right e di QAnon), dalle criptovalute, dalle idee eugenetiche e dalla manipolazione dell’informazione».

Il rischio di alimentare il complottismo: l’oscuramento delle vittime

L’episodio della newsletter di Bianchi si intitola “Il Pizzagate era vero” e il titolo è a cavallo tra la realtà e la provocazione. Se dagli Epstein Files la teoria del complotto sembra venire sostanzialmente confermata, il giornalista osserva che il caso «sembra davvero costruito a tavolino per far presa sui complottisti» e sottolinea che «pur fondandosi su innegabili nuclei di verità, le speculazioni su Epstein rimuovono chirurgicamente gli aspetti che confliggono con determinati bias ideologici».
Un esempio in questo senso è come i complottisti leggano il coinvolgimento di Trump nella vicenda. La sua stretta amicizia e frequentazione con Epstein «viene ignorata, oppure trasformata in un’operazione sotto copertura: il presidente avrebbe fatto finta di essere un amico del finanziere per assicurarlo alla giustizia».

Bianchi descrive gli Epstein Files come un «supermercato del content», da cui ciascuno può attingere a piacimento, anche per alimentare le proprie teorie del complotto. Il risultato, però, è il rischio che passi in secondo piano la questione, cioè «la violenza sessuale sistematica e decennale commessa ai danni di quasi un migliaio di donne, accomunate dalla giovane età o da situazioni socio-economiche svantaggiate».
In questo senso, il giornalista cita l’analisi di Salvatore Cannavò su Jacobin Italia, che ha descritto il caso come una «storia di potere maschile, e di potere sessuale intrecciato a quello economico, finanziario, politico, culturale» e una «gestione patriarcale, violenta e proprietaria del corpo delle donne da parte di un’élite di maschi bianchi e di potere». Un potere che permette loro di agire nell’impunità.
Ciò che è clamoroso nella vicenda, infatti, è che le vittime di Epstein non siano state credute e i procedimenti giudiziari non siano partiti nonostante le pratiche del finanziere fossero emerse fin dal 1996.

ASCOLTA L’INTERVISTA A LEONARDO BIANCHI: