All’Arena del Sole, sala Salmon, fino all’8 febbraio è possibile gustarsi il provocatorio e divertente testo del portoghese Tiago Rodrigues nella traduzione italiana di Vincenzo Arsillo che mette al centro il desiderio di conoscenza di una bambina di 9 anni, troppo alta per la sua età, per questo chiamata giraffa.

La Compagnia riminese “Big Action Money ” guidata da Teodoro Bonci del Bene lavora sul teatro popolare contemporaneo ed ha voluto questa stagione portare sui palcoscenici ERT un testo dal linguaggio ricco e straniante, con personaggi surreali alla ricerca di una definizione delle proprie identità, dedicato alle subculture degli ultimi decenni ed ambientato in una sorta di parcheggio con al centro un televisore.

Giraffa è il soprannome di una bambina di nove anni, alta per la sua età, che deve fare una ricerca per la scuola sulle giraffe, intendendo scoprire quando esse provino gioia o dolore.

La madre della bambina è morta, forse suicida, il padre (in scena Dany Greggio) è un attore disoccupato che non ha pace per la sua situazione, eppure non è in grado di cercarlo un nuovo vero ingaggio.

La bambina soffre per la mancanza della madre e comprende che il padre non è in grado di “meritarsi il denaro da scambiare con le cose che servono per vivere”, per questo la televisione è rotta e lei non può guardare Discovery Channel per la sua ricerca. Occorre trovare il denaro per poter avere l’agognato canale della tv digitale per tutta la sua vita, questa la missione per la quale parte accompagnata da due pupazzi di pezza, interpretati da due attori in carne ed ossa: uno è l’orsacchiotto Giudy Gardland e l’altro è semplicemnete Pantera.

La scena si sposta idealmente dalla casa di Giraffa alle strade di Lisbona, anche se nulla e nessuno si sposta e tutta l’azione scenica o, la non azione, avviene nello stesso posto: tra due righe bianche per terra di un parcheggio cittadino.

Lo spettacolo si snoda attraverso contorti e divertenti ragionamenti di Giraffa (interpretata da Carolina Cangini) sulla realtà che la circonda. Giraffa parla come se fosse una delle sue ricerche scolastiche, con un desiderio scientifico di categorizzare e conoscere. Fanno da contraltare alle analitche affermazioni di Giraffa le iperboliche tirate dell’orsacchiottino Giudy Gardland (l’attore Jacopo Trebbi) che comprendono sfilze di imprecazioni e parolacce, davvero esilaranti pensando all’immaginario smieloso del mondo dei teneri orsetti di peluche.  Meno riuscito, almeno nella resa scenica, è il personaggio di Pantera (Martin Chishimba) che potrebbe forse rappresentare gli impulsi sessuali crescenti nella giovane, ma che resta sempre poco integrato nell’azione e non acquista un ruolo decisivo nella ricerca al cuore della storia.

Se il padre di Giraffa cita il Giardino dei ciliegi di Čechov per la speranza sopravvissuta nel suo intimo di artista, di arrivare un giorno “a Mosca, a Mosca”, Giraffa è una bambina già adulta ed è persuasa che l’unica felicità sia quella di non esistere o di essere invisibili e la gioia possibile per le giraffe come lei, è quella di perdersi nella città per ritornare a casa, come Dorothy, a fine avventura.

L’avventura è fatta di incontri con un pedofilo, un bancario che ha da offrire solo falsi sloogan appetitosi che fanno sognare di poter acquistare tutto ciò che si desidera e con un politico che non può realmente dare ai cittadini ciò di cui  hanno bisogno. Bugie e illusioni lastricano il cammino di crescita di Giraffa conducendola alla fine del giorno che l’ha portata oltre la fanciullezza.

Una fiaba iniziatica Gioie e dolori nella vita delle giraffe termina nello stesso identico posto in cui è iniziata, insieme al padre, incapace di essere veramente padre, ma senza i suoi amici immaginari, i pupazzi, lasciati liberi di non essere più importanti nella sua vita da adulta.

Riuscita la regia e le scelte musicali. Tra gli attori convincono pienamente Jacopo Trebbi, indimenticabile orsetto e Dany Greggio nelle vesti del padre e del fantasma della madre defunta.

Complessivamente uno spettacolo che resta impresso soprattutto per il magnifico testo e per l’atmosfera che Del Bene è riuscito a creare, di non luogo, insieme alla capacità di Rodrigues di narrare un viaggio nell’immobilità.

 

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