Un lieve aumento della popolazione, in controtendenza rispetto al dato nazionale, ma anche un quadro segnato da denatalità, invecchiamento e difficoltà crescenti per le giovani generazioni. È quanto emerge dal nuovo studio sulle dinamiche demografiche e la condizione giovanile in Emilia-Romagna presentato da Ires Emilia-Romagna, con le ricercatrici Fabjola Kodra e Assunta Ingenito e il segretario regionale della Cgil Massimo Bussandri.
Secondo i dati illustrati, al 1° gennaio 2025 la popolazione residente in regione è cresciuta dello 0,2%. Un incremento modesto ma significativo, perché interrompe per il secondo anno consecutivo l’andamento negativo e la successiva fase di stabilità seguite agli effetti della pandemia. L’Emilia-Romagna si colloca così in controtendenza rispetto allo scenario nazionale, che continua a registrare una riduzione dei residenti.

Lo studio dell’Ires su demografia e condizione giovanile

La crescita demografica regionale è tuttavia sostenuta esclusivamente dal saldo migratorio positivo, che riesce a compensare un saldo naturale fortemente negativo. Le nascite hanno infatti toccato un nuovo minimo storico, fermandosi a 28 mila. Un dato che conferma la persistente crisi della natalità, aggravata dall’aumento dell’età media della popolazione.
Il processo di invecchiamento è ormai strutturale: gli over 75 rappresentano circa un quarto della popolazione regionale, anche grazie al miglioramento delle condizioni di salute, alle politiche di prevenzione e alle strategie di invecchiamento attivo. La denatalità, sottolinea lo studio, è il risultato di due dinamiche convergenti: la riduzione della popolazione in età feconda (15-49 anni) e il calo del tasso di fecondità. Su queste scelte pesano l’assenza di politiche sufficienti a sostegno della genitorialità e le difficoltà occupazionali, in particolare per le donne, oltre ai problemi abitativi e alla precarietà, che ampliano il divario tra numero di figli desiderato e numero di figli effettivamente realizzato.

Le trasformazioni demografiche non interessano in modo omogeneo il territorio. L’invecchiamento risulta più accentuato nelle aree appenniniche, nel ferrarese e in alcune zone della Romagna. Un ruolo importante continua a essere svolto dalla componente straniera: un nato su cinque in Emilia-Romagna ha cittadinanza straniera. Anche questo contributo, però, mostra segnali di contrazione, in linea con il calo del tasso di fecondità tra la popolazione straniera e con l’aumento delle acquisizioni di cittadinanza. Nel solo 2024 se ne contano 29 mila, il valore più alto mai registrato.
Le proiezioni demografiche confermano che, in assenza di cambiamenti strutturali, il processo di invecchiamento è destinato ad accentuarsi. Scenari caratterizzati da alti flussi migratori o da un aumento della fecondità consentirebbero un riequilibrio parziale tra le generazioni, mentre uno scenario privo di migrazioni aggraverebbe ulteriormente lo squilibrio generazionale già in atto.

Sul fronte giovanile, lo studio evidenzia criticità persistenti. La quota di giovani tra i 15 e i 34 anni rimane inferiore alla media europea e cresce l’emigrazione verso altri Paesi dell’Unione, soprattutto tra i giovani più istruiti. Migliorano invece alcuni indicatori del sistema formativo: cala la dispersione scolastica, con risultati migliori rispetto alla media nazionale ed europea, e la percentuale di laureati supera quella italiana, pur restando al di sotto della media UE.
Il mercato del lavoro restituisce un quadro contrastato. Aumentano gli occupati tra i 15 e i 34 anni, ma cresce anche il numero degli inattivi. A preoccupare è soprattutto la qualità dell’occupazione: quasi la metà dei lavoratori under 30 è impiegata con contratti temporanei o stagionali, una condizione che colpisce più frequentemente le donne.

Sul piano retributivo emerge un doppio divario, generazionale e di genere. I giovani percepiscono salari nettamente inferiori rispetto ai lavoratori più anziani: la differenza tra under 19 e over 40 arriva a 74,7 euro al giorno. A questo si aggiunge il gap di genere: le donne guadagnano in media 32,7 euro in meno degli uomini, con disparità che diventano particolarmente marcate nelle posizioni dirigenziali.
Un quadro complesso che, conclude lo studio, chiama in causa la necessità di politiche strutturali su natalità, lavoro e welfare, per evitare che lo squilibrio demografico e sociale si traduca in un freno duraturo allo sviluppo della regione.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MASSIMO BUSSANDRI:

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