Orecchini ricamati, portafogli cuciti a mano, medaglioni, portachiavi. Insomma oggetti semplici, artigianato locale. Ma per arrivare a Bologna hanno attraversato non solo migliaia di chilometri, ma anche un percorso burocratico e doganale complesso e accidentato. A raccontarlo ai microfoni di Radio Città Fujiko è Paola Maretti di Camilla – Emporio di Comunità, realtà cooperativa attiva nel quartiere San Donato di Bologna, che ha deciso di avviare un’importazione diretta da una cooperativa della Cisgiordania, nei pressi di Betlemme.

«Abbiamo ricevuto il listino dei prodotti a settembre – spiega Maretti – e siamo riusciti ad avere la merce nel nostro emporio solo alla fine di gennaio». Quattro mesi per far arrivare un piccolo carico partito dalla Cisgiordania e rimasto a lungo intrappolato tra procedure bancarie, controlli e verifiche doganali. Un tempo lungo, dovuto non solo alle difficoltà logistiche ma anche a una trafila bancaria e amministrativa particolarmente complessa. che ha compreso bonifici sottoposti a verifiche straordinarie, firme elettroniche, PEC: un insieme di procedure non ordinarie.

Il passaggio in Dogana e le tasse aggiuntive

Le difficoltà non si sono fermate lì. Una volta arrivata in Italia, la spedizione è rimasta bloccata in Dogana. «Ci è stato fatto una sorta di interrogatorio su cosa stessimo importando – racconta Maretti – ci è stato chiesto addirittura se nel pacco fossero contenute armi o strumenti di tortura». Al controllo si è aggiunto un aggravio economico: 410 euro di tasse doganali, circa il 30% del valore complessivo della merce bonificata alla cooperativa palestinese. Un costo significativo per una realtà come Camilla, che non opera secondo logiche speculative, ma mutualistiche.

Artigianato a sostegno di un’economia fragile

La cooperativa palestinese produce anche olio e olive, ma questi non possono essere importati in Europa per mancanza delle certificazioni richieste. Di alimentare, è stato possibile spedire a Bologna solo una piccola quantità di zaatar, una salsa per insaporire i cibi. L’artigianato resta quindi uno dei pochi canali praticabili per attivare uno scambio diretto. Acquistare questi oggetti significa sostenere un’economia locale fragile, in un territorio dove l’accesso ai mercati internazionali è tutt’altro che semplice. Nel caso di Camilla, questa scelta si inserisce in una visione coerente: creare reti economiche che mettano al centro comunità, lavoro e dignità, riducendo la distanza tra chi produce e chi acquista.

I prodotti sono disponibili da Camilla – Emporio di Comunità, in via Cacciarolo 8D, parallela di via della Repubblica a Bologna. L’emporio è aperto tutti i giorni a partire dalle 16.30. Il telefono della Cooperativa è 051.0863846.

Cos’è Camilla, la prima food coop autogestita in Italia

Camilla non è un supermercato tradizionale. È una food coop autogestita, la prima nata in Italia sul modello delle cooperative di consumo partecipate. In tale contesto non esistono clienti passivi: chi fa la spesa è anche socio e co-gestore dell’emporio.
Per entrare si versa una quota sociale una tantum e si partecipa attivamente alla vita della cooperativa, dedicando alcune ore al mese ai turni di gestione: cassa, sistemazione scaffali, accoglienza, organizzazione. Sugli scaffali si trovano prodotti biologici, sostenibili, selezionati secondo criteri etici e di filiera corta. Le scelte sui fornitori vengono prese in modo partecipato, privilegiando piccoli produttori, agricoltura contadina e reti solidali. Camilla è quindi non solo un punto vendita, ma uno spazio di economia mutualistica, dove il consumo diventa atto collettivo e consapevole.

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