La recente richiesta di chiarimenti da parte del Presidente della Repubblica circa i presupposti della grazia concessa a Nicole Minetti è solo l’ultimo di una lunga serie di momenti che hanno causato imbarazzo al Ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio.

Nordio e il caso Al Masri

Un primo significativo episodio è quello del caso Al Masri. Apertosi all’inizio del 2025, ha avuto al centro le figure del ministro della Giustizia Carlo Nordio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, oltre alla allora Capa di Gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi. Nordio, Piantedosi e Mantovano sono stati indagati per la liberazione, avvenuta il 21 gennaio a Torino, del generale libico Njeim Osama Al Masri, che era stato arrestato solo qualche giorno prima su mandato della Corte Penale Internazionale. Almasri era sospettato di aver commesso, nel ruolo di responsabile di strutture carcerarie a Tripoli, vari crimini contro l’umanità, tra cui omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale, dal 2015 in poi. La Corte aveva ritenuto che il generale avesse commesso personalmente o ordinato la commissione di tali crimini, emanando così un mandato d’arresto internazionale nei suoi confronti.

A seguito della sua liberazione, con tanto di rimpatrio con un volo di Stato, il Tribunale dei Ministri aveva chiesto il processo contro Nordio, Piantedosi e Mantovano, con le accuse di concorso in favoreggiamento personale aggravato e omissione di atti d’ufficio. Le indagini sono state archiviate ad ottobre del 2025 dopo che la Camera aveva respinto in via definitiva la richiesta di processarli. 

La sconfitta al referendum

Altro momento difficile del mandato di Nordio è stato, più recentemente, quello della vittoria del No al referendum costituzionale sulla riforma della magistratura. La riforma, che prevedeva la separazione delle carriere tra pm e giudici e una modifica dei Csm, portava proprio il nome del ministro. A seguito della sconfitta, Nordio ha detto di volersi assumere la “responsabilità politica”, ma ha attribuito il risultato non alla natura del quesito, ma a errori di comunicazione e alla politicizzazione del referendum. Ha inoltre evidenziato che l’esito non ha nulla a che vedere con la stabilità della maggioranza di governo, e l’ha definito come una vittoria dell’Anm più che delle opposizioni. La sconfitta ha però prodotto le dimissioni di personaggi di seconda fila nel suo Ministero.

La “modica quantità” di corruzione

Durante il question time alla Camera del 22 aprile, il ministro Nordio ha rivendicato un’espressione molto controversa – quella di “modestissime mazzette” – utilizzata nel suo ultimo libro per esprimere la propria contrarietà all’uso dei cosiddetti trojan nelle indagini contro la corruzione. Il Ministro non ha mai nascosto di considerare questi dispositivi uno strumento invasivo, annunciandone limitazioni soprattutto nel caso di reati contro la Pubblica Amministrazione. La deputata d’Orso, del M5s, ha commentato dicendo che «è inaccettabile che anziché condannare ogni forma di malaffare nella pubblica amministrazione il ministro della Giustizia discetti sul concetto di tenuità del fatto. Non faccia finta di non sapere che la sua proposta era quella di vietare l’uso del trojan nelle indagini per corruzione in base alla dimensione della mazzetta». 

I compensi agli avvocati per i rimpatri volontari

In questi giorni ha fatto molto discutere la conversione in legge del secondo Decreto Sicurezza, un nuovo pacchetto di 33 misure che spaziano dalla lotta alla criminalità, alla tutela delle forze dell’ordine e alla gestione dei flussi migratori. Quest’ultimo punto, in particolare, è stato oggetto di nuove tensioni tra Mattarella e il governo, soprattutto il Ministero di Nordio. Il Presidente della Repubblica, infatti, ha accettato di promulgare la legge solo a condizione dell’emanazione di un decreto correttivo, così che una parte del decreto, da lui ritenuta incostituzionale, ha avuto una vita brevissima, di pochi minuti.
La norma in questione era un emendamento inserito dalla maggioranza del Senato, che prevedeva un incentivo ai rimpatri volontari assistiti delle persone migranti, con l’introduzione di un compenso per gli avvocati che offrono consulenza legale e informazioni al migrante interessato.

Prima dell’intervento di Mattarella, anche il Consiglio nazionale forense si era fortemente dissociato, ribadendo di non essere stato messo a conoscenza dell’emendamento. La modifica introdotta nella versione definitiva della legge prevede che a ricevere questo compenso non siano solo gli avvocati, ma genericamente i soggetti disposti a fornire assistenza ai migranti che scelgono il rimpatrio volontario (che ad oggi, in realtà, sono pochissimi). L’approvazione del decreto alla Camera è stata, di per sé, piuttosto travagliata: all’inizio della seduta, i deputati dell’opposizione si sono alzati in piedi e hanno cantato in coro Bella ciao, mentre Riccardo Ricciardi (M5s) ha iniziato il suo intervento augurando un buon 25 aprile (nonostante fosse il 24 aprile).

L’ultimo caso: la grazia a Nicole Minetti

Due giorni fa, infine, si è tornati a parlare del caso di Nicole Minetti. L’ex consigliera regionale della Lombardia, condannata a 3 anni e 11 mesi per peculato e favoreggiamento della prostituzione nell’ambito del “caso Ruby”, aveva ricevuto la grazia dal Presidente Mattarella solo qualche mese fa. Tuttavia, un’inchiesta del Fatto Quotidiano ha sostenuto che la domanda di grazia di Minetti si basasse su diversi elementi falsi. In particolare, la grazia era stata motivata da “gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore”. Si trattava di un bambino uruguaiano adottato qualche anno fa da Minetti insieme al suo compagno, che secondo il dossier del Ministero della Giustizia sarebbe stato abbandonato alla nascita e senza nessun familiare. Secondo il Fatto, invece, i genitori del bambino erano vivi, e Minetti e il compagno Cipriani avrebbero fatto loro causa per ottenere la sospensione della responsabilità genitoriale e poi l’affidamento. Di fronte a questa fuga di notizie, il Presidente Mattarella ha chiesto al Ministero della Giustizia di verificare se quanto emerge dall’inchiesta sia fondato, creando un nuovo elemento di tensione tra la Presidenza della Repubblica e l’esecutivo, con il Ministero di Nordio ancora una volta al centro delle controversie.