È rimasta nel silenzio per sei lunghi anni, ma in seguito ad una sentenza di tribunale ora è stato squarciato il velo sulle molestie e le violenze di genere al Teatro Due di Parma.
Una vicenda che ha visto due attrici, Veronica Stecchetti e Federica Ombrato, vittime di violenza da parte di un regista di cui, per una disposizione della sentenza, non si può rivelare il nome, trovare la forza di rompere un muro di omertà ed aprire il vaso di Pandora di quello che, stando alle statistiche e alle segnalazioni dell’associazione Amleta, sembra essere il MeToo del teatro italiano.
La violenza di genere al Teatro Due di Parma: la vicenda
Tutto comincia nel 2019, quando le due attrici partecipano a un corso di formazione, finanziato con fondi della Regione Emilia-Romagna, organizzato dalla Fondazione Teatro Due di Parma. È in questo contesto che finiscono vittime di molestie e di violenze sessuali da parte di un noto regista.
Incredule per quanto accaduto, le due donne decidono di denunciare, ma in un primo momento non vengono sostenute e accolte da alcun legale, nemmeno da chi è formato in materia di violenza di genere. È così che scadono i termini per una denuncia penale, ma le attrici non si rassegnano e, grazie all’orientamento della consigliera di parità della Regione, e il supporto di Amleta e Differenza Donna, intentano una causa sul lavoro.
È di qualche settimana fa la sentenza che dà ragione alle due donne e dispone un risarcimento nei loro confronti. Ad essere condannato non è solo il regista che ha agito violenza, ma anche il teatro che non ha fatto nulla per impedire che violenze e molestie avvenissero.
È da questo momento che il silenzio è stato rotto e si sono finalmente accesi i riflettori sul Teatro Due. L’assessora regionale alla Cultura e alle Pari Opportunità, Gessica Allegni, ha fatto sapere la settimana scorsa che è cominciato un iter per verificare se ci sono i presupposti che portino ad una revoca dei finanziamenti pubblici al teatro. Un gruppo di ex allieve e allievi del teatro, inoltre, ha preso posizione chiedendo che non venga abbassata l’attenzione su quanto accaduto. Mentre quelle attuali hanno proclamato uno sciopero.
Per contro, la fondazione coinvolta e condannata ha fatto sapere che farà appello e sostiene di non essere stata a conoscenza di quanto avveniva e di aver allontanato il regista una volta scoperto.
L’attrice vittima di violenza: «Trovare sostegno è stato difficile»
La vicenda del Teatro Due di Parma, però, racconta anche della difficoltà che le donne vittime di violenza incontrano nell’essere credute prima e sostenute poi.
«Non siamo riuscite a trovare un avvocato che ci credesse e che fosse disposto a portare avanti la causa prima di un anno, che è il termine entro il quale si può sporgere denuncia per violenza sessuale – racconta ai nostri microfoni Veronica Stecchetti – Quando siamo riuscite ad arrivare a testimoniare davanti a un giudice ci è stato detto che non si poteva fare più nulla dal punto di vista penale. Siamo però riuscite a procedere dal punto di vista civile».
L’attrice racconta che addirittura il primo avvocato a cui si è rivolta, dopo aver letto i messaggi di prova della violenza, «disse che ci sono coppie che fanno cose anche più perverse, per cui non se la sentiva di portare avanti questa denuncia».
Ma non è tutto: «Sono andata anche in un centro antiviolenza – continua Stecchetti – e un’avvocata del centro si rifiutò di portare avanti la causa perché disse che conosceva il sistema giuridico italiano e che ci avrebbe massacrate».
La svolta è arrivata quando le due donne si sono rivolte ad Amleta, un collettivo di attrici femministe che ha compreso anche il contesto in cui quelle violenze sono avvenute.
Ora che è arrivata la sentenza, però, resta l’amarezza del divieto di fare il nome dell’autore di violenza. «Noi per cinque anni siamo dove stare in silenzio rispetto a quello che ci era successo – racconta l’attrice – e ora siamo costrette ugualmente al silenzio. Non poter fare i nomi significa non poter parlare. Michela Murgia paragonava il sistema patriarcale maschilista a un sistema mafioso. Nel teatro è la stessa cosa: è un sistema di omertà, dove se anche non c’è complicità c’è silenzio e ciò permette a chi agisce violenza di continuare a farlo».
Nel 2023 Amleta diffuse i dati di segnalazioni di abusi e molestie nel settore teatrale italiano. Furono 223 quelle raccolte in due anni, sintomo che il problema è assai diffuso. «È un problema endemico questo, non è un problema singolo», conclude Stecchetti.
ASCOLTA L’INTERVISTA A VERONICA STECCHETTI:
La difesa del Teatro Due e l’omesso controllo
Travolta dal clamore della vicenda, la Fondazione Teatro Due di Parma ha reagito in due modi. Da un lato, infatti, ha convocato un’assemblea pubblica per discutere del tema e far conoscere la sua posizione. L’incontro si è svolto la settimana scorsa e per accedervi era necessario iscriversi preventivamente online.
Dall’altro, ha affermato di non essere a conoscenza delle violenze e di aver allontanato il regista una volta scoperte. Per questo ha annunciato che farà ricorso contro la sentenza di condanna che riguarda anche la fondazione.
Una posizione che ha indignato anzitutto allieve e allievi che attualmente frequentano i corsi della fondazione. «Riteniamo grave l’assenza di un riconoscimento esplicito degli errori compiuti sul piano gestionale, relazionale e formativo», si legge in un comunicato in cui veniva anche indetto uno sciopero.
In altre parole, allieve e allievi contestano la mancata vigilanza, appurata dalla stessa sentenza di condanna: «vogliamo denunciare la frattura che tali prese di posizione hanno generato nel patto di fiducia tra noi e la Direzione», si legge ancora. E, a differenza dei comunicati della fondazione, si esprime esplicitamente solidarietà alle vittime di violenza.
A intervenire sul tema è anche Cinzia Spanò, presidente di Amleta, che ricostruisce quanto avvenuto il tema. In particolare, l’associazione ha inviato, tramite i suoi legali, una diffida già il 14 luglio 2021. «È questo lo spartiacque che bisogna guardare per capire come giudicare le azioni del teatro – scrive Spanò – Non cosa hanno fatto dopo, quando ormai il bubbone era scoppiato, ma cosa hanno fatto (o cosa non hanno fatto) in tutti gli anni precedenti.







