Uscirà in libreria il primo maggio “Storie di (ordinario) capitalismo selvaggio”, il nuovo libro di Lorenzo Tecleme, edito da Newton Compton e ispirato al podcast realizzato dall’autore per Valori.it.
Come il podcast, il libro si propone di raccontare gli aspetti più assurdi e grotteschi del sistema economico in cui viviamo. Ognuno degli otto capitoli contiene un caso, ripercorrendo la storia del capitalismo per spiegare come siamo arrivati all’attuale stato delle cose – un sistema deregolamentato, finanziarizzato e che sembra essere in misura crescente dominato da un’élite di tecno-oligarchi.

Deregolamentazione e tecno-oligarchia: i lineamenti del capitalismo selvaggio

Lorenzo Tecleme ha raccontato ai nostri microfoni che l’ispirazione per questo libro è nata mentre si trovava a Dubai per seguire la Cop (l’incontro delle Nazioni Unite sul clima), e ha incontrato, nell’ostello dove alloggiava, molti giovani  «milionari in temporanea difficoltà», che vanno a vivere negli Emirati per dedicarsi alla finanza o per diventare influencer. Le assurdità di Dubai – le piste da sci in mezzo al deserto, il divario astronomico tra la ricchezza del centro e la povertà della periferia – rappresentano bene gli eccessi del sistema economico in cui viviamo.

Ma come siamo arrivati a questo? L’autore prova a spiegarlo – ispirandosi agli studi di giornalisti e accademici che prima di lui hanno affrontato questo tema, come Naomi Klein, Quinn Slobodian, Mariana Mazzucato, Yanis Varoufakis – a partire da quello che individua come un punto di svolta per la storia del capitalismo, ovvero la caduta del muro di Berlino. Dal momento in cui non subisce più la concorrenza dell’Unione Sovietica, in cui non deve più fare compromessi sociali, sindacali, democratici, il capitalismo assume i contorni che conosciamo: meno regole gli si mettono, meglio è.

Tra i temi affrontati c’è quello della finanziarizzazione. “La finanza è stata considerata, per tanto tempo, come il fratello minore del capitalismo produttivo. Oggi, invece, è arrivata a mangiarsi tutto il resto. La gran parte delle aziende con cui interagiamo sono proprietarie di grandi fondi, quasi sempre statunitensi. Sono persone che di lavoro prendono soldi e li trasformano in altri soldi”.

Un altro aspetto che caratterizza l’economia contemporanea è l’estrattivismo: concetto inizialmente applicato alla continua estrazione di risorse in senso fisico, necessaria al capitalismo produttivo per restare in piedi, oggi assume un significato più ampio, riferendosi alla tendenza ad estrarre valore da ogni cosa, a vedere ovunque un mercato, una nicchia di possibilità.

Nel libro si cerca anche di applicare la nozione di capitalismo dei disastri – proposta da Naomi Klein – alla pandemia da covid. «L’idea è che ogni volta che ci sono stati dei disastri sia stata colta l’occasione per creare uno stato d’eccezione, per fare un po’ di capitalismo selvaggio in più. Anche durante la pandemia, ci sono state delle persone molto ricche e molto sveglie che hanno visto l’opportunità di accumulare ancora più potere». Una parte del racconto è dedicata proprio alla “fuga dei miliardari”, ovvero ciò che avviene quando un pezzo di élite a cui la democrazia è sempre stata stretta decide di dare vita a degli staterelli privati, comprando isole, costruendo piattaforme nell’oceano, andando su Marte o – da ultimo – minacciando di invadere la Groenlandia.

Se i primi quattro capitoli sono più storici, gli ultimi quattro si dedicano alle storie e alle vite dei tecno-oligarchi, i miliardari del settore Big Tech – quasi tutti nati dalla Silicon Valley – che sembrano dominare l’economia contemporanea, arrivando persino a relegare gli stati ad un ruolo marginale, in cui sono portati a doversi assumere il rischio d’impresa dei privati. «Anche se i miliardari ci fanno spesso paura, partiamo spesso dal presupposto che se sono lì sia perché hanno un particolare talento, perché hanno fatto qualcosa di straordinario. In realtà, nel libro cerco di ricostruire la storia della Silicon Valley e parlo di quanto siano stati cruciali per il suo sviluppo gli enormi investimenti statali degli anni 70, e le invenzioni fatte nelle università da persone che non hanno mai fatto i soldi, e che hanno fatto ricerca per l’umanità e non per creare start-up».

Il capitalismo selvaggio non può essere separato da un altro grande tema di cui si è spesso occupato Lorenzo Tecleme, ovvero quello della crisi climatica. Questa, per essere affrontata, ha bisogno di democrazia, cooperazione, e molta regolamentazione – in primis, dell’estrazione e dell’utilizzo dei combustibili fossili – tutte cose difficili da conciliare con il capitalismo selvaggio.

ASCOLTA L’INTERVISTA A LORENZO TECLEME: