Durante il convegno “Il contrasto al sovraffollamento penitenziario e alla recidiva: dall’esecuzione penale alla reintegrazione sociale”, a cui hanno partecipato il garante regionale dei detenuti Roberto Cavalieri e il cardinale e arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, è emerso come l’allerta caldo di questi giorni stia accentuando i problemi legati al sovraffollamento dei penitenziari: in Emilia-Romagna ci sono circa mille detenuti in più rispetto alla capienza regolamentata, come alla Dozza, che registra 326 detenuti in più rispetto alla sua capienza massima. Cavalieri propone l’indulto come “misura incisiva”, anche se difficilmente percorribile in questo clima politico.

Il caldo accentua delle criticità già presenti all’interno degli istituti penitenziari

La vita penitenziaria è caratterizzata, oltre che dal sovraffollamento, dalla mancanza di opportunità lavorative, dalle attività che rallentano o chiudono durante il periodo estivo, dalla mancanza di personale della polizia penitenziaria e dalla quasi totale assenza di aree condizionate.
A causa del sovraffollamento, il carico di lavoro pro capite delle piante organiche aumenta, con il conseguente abbassamento della qualità dell’attenzione rivolta ai detenuti «i quali si vedono le loro istanze e richieste dilatare nel tempo e diventare il carcere un luogo di trattenimento, anche oltre il senso che prevede la Costituzione», ha detto ai nostri microfoni Roberto Cavalieri.

«Il sovraffollamento carcerario non va affrontato come un’emergenza perché c’è l’aspetto della dignità della persona: dire che il detenuto deve soffrire per quello che ha fatto è un’affermazione pericolosissima, in quanto si basa sullo stesso principio della pena di morte – ha detto Zuppi – Serve puntare sulle pene alternative, che rappresentano una possibilità di riscatto.»
Il sovraffollamento non è dettato solo dalle normative penali, ma anche dalla mancanza di opportunità nel territorio: una quota di detenuti in Emilia-Romagna rientra nei termini per la scarcerazione, ma la mancanza di lavoro e di alloggio, requisiti previsti dalla norma, impediscono alla magistratura di sorveglianza di prendere la decisione.

«Bisogna che i territori e gli enti locali siano dei generatori di opportunità per i detenuti, aldilà dei pregiudizi – continua Cavalieri – bisogna con coraggio offrire delle opportunità alle persone, perché comunque prima o poi queste persone usciranno, ed è meglio che escano con dei percorsi governati e condivisi piuttosto che uscire a fine pena con la rabbia e con la recidiva».

La situazione porta a pensare a soluzioni anche molto radicali ed emergenziali, come l’indulto: «Se non arrivano dai territori e dallo Stato delle risposte efficaci ai bisogni dei detenuti, lo Stato deve mettersi il cuore in pace e deflazionare il numero delle persone presenti – conclude il garante – anche se sono pessimista riguardo a un’eventuale approvazione dell’indulto, perché non c’è né il clima né la cultura politica, trasversale da destra a sinistra, di prendere atto che lo Stato ha fallito nella gestione delle carceri».

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