Riceviamo e pubblichiamo una dettagliata analisi di OsservaBo, osservatorio sulle trasformazioni urbane e territoriali di Bologna, sul progetto per la realizzazione di un nuovo stadio in zona Fiera.

L’analisi di OsservaBo sul progetto del nuovo stadio in Fiera a Bologna

La proposta di costruire un nuovo impianto calcistico nell’area a nord del Quartiere fieristico ha innescato un animato dibattito che, al pari di altri temi in città, sta precipitando in una domanda secca: stadio nuovo, sì o no?
Da parte nostra vorremmo invece ampliare il discorso, analizzando il contesto territoriale e concentrandoci sul metodo con cui si è formata questa proposta.
Per farlo, esamineremo il complessivo profilo di coerenza sia rispetto alla scelta localizzativa, sia alla serie di previsioni urbanistiche che nel tempo hanno interessato questo cruciale settore di sviluppo della città.

Breve storia della pianificazione sull’area

Figura 1 – Piano Regolatore Generale 1985: tratteggiate di verde le aree “cvt – fascia boscata di pianura”; fonte: archivio P. Cavalcoli

L’area dove si è proposto di edificare il nuovo impianto sportivo compare per la prima volta nel Piano Regolatore del 1985, quando era sindaco Renzo Imbeni. La sua destinazione era a “verde territoriale” e, in particolare, “zona che comprende aree dotate […] di valore naturalistico e a cui vengono attribuite funzioni di riserva e di riequilibrio ecologico e di difesa ambientale. [Quelli] compresi fra la tangenziale e la linea ferroviaria sono destinati alla realizzazione della fascia boscata”.

Se oggi inserissimo una previsione di questo tipo in uno strumento urbanistico, parlando di riforestazione, riequilibrio ecologico e difesa ambientale, probabilmente lo considereremmo uno strumento molto avanzato; figuriamoci quanto fosse innovativa una scelta del genere quarant’anni fa.
Quella previsione era il risultato di una una strategia di pianificazione della città che aveva qualificato la cultura urbanistica emiliana (Campos, Piacentini, Gualdi, Mattioli) e che prevedeva la previsione di “cunei verdi” come fattore di riequilibrio della crescita urbana. Una capace di guardare oltre l’immediato e di immaginare il ruolo ambientale che alcune aree avrebbero avuto nella città futura.

Figura 2 – PSC 2008: a destra, l’area è definita come “ambito n.150 – Ampliamento Fiera District” (art.18 norme PSC), a sinistra invece è considerata “nodo ecologico urbano” (art.36 norme).
Fonte: sito comune di Bologna

Nel 2008, con il Piano Strutturale Comunale, redatto dalla Giunta Cofferati, questa impostazione viene in parte modificata: da un lato l’area poteva ospitare una contenuta espansione della Fiera, ma dall’altro era considerata come nodo ecologico, quindi coerente con le previsioni della fascia boscata del 1985; una scelta senz’altro contraddittoria e ambigua.

Figura 3 – Piano Urbanistico Generale 2021: l’area è bianca, non edificabile; fonte: sito Comune di Bologna

Ambiguità che viene sciolta nel 2021, col varo del nuovo strumento urbanistico. Il PUG della giunta Merola si caratterizza per una netta scelta urbanistica: no al consumo di suolo, che comporta la cancellazione delle precedenti previsioni espansive. L’area allora ritorna ad essere destinata a funzione ambientale ed ecologica, quindi di fascia boscata (o, in termini tecnici, “area per servizi ecosistemici”). Contestualmente entra tra gli impegni elettorali di questa amministrazione il tema stadio, con la previsione di ristrutturazione del Dall’Ara, finanziata in partenariato pubblico-privato dal Bologna FC per 160-180 milioni e dal Comune di Bologna per 40.

Figura 4 – Accordo di Programma Fiera 2024: l’area stadio è tratteggiata in bianco; fonte: sito Comune di Bologna

Solo quattro anni dopo la giunta Lepore fa una radicale inversione di rotta e decide che l’area possa essere nuovamente utilizzata per l’espansione della Fiera di Bologna, attraverso un Accordo di Programma, strumento derogatorio al PUG.
Alla prevista ristrutturazione del Dall’Ara si aggiunge, a mandato in corso, la previsione di uno stadio “temporaneo”– che temporaneo non era– nell’area ex-ASAM, a nord-est del Pilastro. Tale scelta era supportata dall’intento di aiutare un quartiere fragile: scelta discutibile a livello urbanistico, data la distanza fisica e psicologica tra le due aree e la scarsa relazione funzionale che si sarebbe creata; più probabilmente invece serviva a supportare la previsione, in sospeso da anni ma tuttora vigente, della costruzione di un ulteriore centro commerciale, oltre al rilancio del comparto CAAB in generale.

Figura 5 – comparazione delle foto aeree dell’area 2010-2022; fonte https://sitmappe.comune.bologna.it/fotostoriche/

Nel frattempo, però, qualcosa è realmente accaduto sul territorio: l’area di riequilibrio ecologico si è realizzata. Già nel 2022 si vedono migliaia di alberi e arbusti, che compongono certamente uno stato avanzato, seppur non completo, di fascia boscata. Infatti, come ci insegna Piergiorgio Rocchi, urbanista bolognese esperto in forestazione urbana, basta poco: è sufficiente lasciare l’area a sé stessa e la natura compie il miracolo.

Figura 6 – comparazione delle foto aeree dell’area 2022-2026; fonte: https://sitmappe.comune.bologna.it/fotostoriche/

Il valore naturale e ambientale che faticosamente l’area aveva acquisito viene considerato del tutto marginale e sacrificabile quando nel 2024 invece si installa nell’area il cantiere per i lavori di ampliamento dell’autostrada/tangenziale. In modo del tutto poco chiaro, visto che il progetto del Passante non è ancora definito. Senza uno scopo evidente vengono abbattuti la maggior parte degli alberi, vengono realizzati migliaia di mq di parcheggi e di piazzali asfaltati.
Ciò che per decenni era stato immaginato come infrastruttura ecologica per la città, e che nel frattempo si era anche materialmente auto-formato, è stato abbattuto. Dopo cinque accordi in vent’anni il ruolo dell’area è stato rimesso in discussione e ad oggi non è ancora cosa succederà.

Il problema non è (solo) lo stadio, ma la rigenerazione mancante

Crediamo che i tifosi del Bologna abbiano diritto ad uno stadio moderno e accogliente, coperto, facilmente accessibile e adeguato agli standard internazionali. Al tempo stesso però riteniamo che la questione dello stadio non debba diventare la giustificazione per sostenere progetti privi di rilevanza pubblica, e che anzi, possano avere effetti negativi per la collettività.

A questo punto possiamo porre la domanda: è corretto prevedere uno stadio in quest’area?
Da un punto di vista qualitativo, vanno considerati alcuni elementi favorevoli. L’area è facilmente accessibile: c’è una fermata del tram, c’è un’uscita autostradale, la tangenziale è vicina ed è presente un grande parcheggio in struttura.
Da un punto di vista quantitativo, ossia se il sistema infrastrutturale sia in grado di sostenere contemporaneamente tutti i carichi che si stanno concentrando in questo quadrante della città, non risulta siano state prodotte analisi.

Le perplessità sono forti: già oggi, durante alcune manifestazioni, la zona Fiera entra in crisi. Se al carico delle fiere aggiungiamo quello prodotto dal palazzetto dello sport (ad oggi in costruzione) e poi anche quello di un nuovo stadio, è necessario capire quantitativamente cosa succede.
ll rischio è quello di spostare semplicemente il problema del traffico da una zona oggi congestionata, come Andrea Costa, ad una già in sofferenza e che rischia di esserlo ancora di più, come gli assi Stalingrado e viale Europa.

Al di là della correttezza o meno della previsione di un nuovo stadio in quest’area, sulla questione pesano almeno tre occasioni mancate:

  1. La localizzazione del Dall’Ara pone da sempre, ma ancor di più con le caratteristiche degli eventi attuali, una sfida mai pienamente colta di gestione della densità, della multifunzionalità di edifici storici e parti di città consolidata, del conflitto tra usi e punti di vista differenti (residenti e spettatori).
  2. Il ripensamento generale della mobilità e del trasporto pubblico rimane una delle sfide principali: ad oggi oltre il 75% degli spostamenti diretti allo stadio avviene con auto o moto private, in una zona comunque ben servita da autobus e piste ciclabili. Tematica questa che, nella previsione della nuova area, dovrebbe necessariamente richiamare in causa il Servizio Ferroviario Metropolitano, più che tangenziale e parcheggi, per ottenere risultati significativamente migliori; mentre a malapena viene citato, come è stato per la prosecuzione al Pilastro, il tram.
  3. Si continua poi a non affrontare la crisi del modello fieristico, quantomeno in termini spaziali: si persevera nel sostituire padiglioni, prevedendo ampliamenti poi stralciati, senza invece chiedersi se ci sia ancora bisogno di un polo espositivo di quelle dimensioni. Lo stadio quindi rischia di diventare un ulteriore modo per riempire un vuoto che avrebbe bisogno di ben altra discussione.

Spostare lo stadio significa non cogliere queste sfide, ma rinviarle ancora; nel frattempo creare un gigantesco vuoto, potenzialmente molto problematico per la città di domani, non essendoci alcuna idea di cosa fare col Dall’Ara. Contemporaneamente si permette di consumare un’area verde dove nel tempo si è realizzata la tanto auspicata fascia boscata, mentre da vent’anni continuiamo a parlare di rigenerazione urbana senza mai praticarla davvero.

Città per frammenti e priorità ambientale

Infine, la vicenda dello stadio rappresenta per noi soltanto l’ultima manifestazione di un fenomeno che abbiamo osservato spesso nell’ultimo periodo. Da diverso tempo infatti la città non sembra più pensata organicamente, nella sua globalità, ma appare come una sommatoria di diversi progetti che insistono sullo stesso comparto senza dialogare tra loro.


Un esempio è il cosiddetto “quadrante nord-est”, composto da una serie di grandi recinti specialistici: Fiera, area CAAB, scalo merci, ai quali si stanno aggiungendo numerosi progetti: nuovi insediamenti residenziali, centri commerciali, strutture sportive e nuove infrastrutture di mobilità (tra l’altro, riviste al ribasso verso una realizzazione soltanto parziale).

Ognuna di queste parti di città ha una propria istruttoria, un proprio soggetto proponente, una nuova argomentazione pubblica. Nessuno dialoga con gli altri, nessuno si interroga su cosa succeda quando li si addensa nello stesso spazio. È una città per frammenti, dove ogni tassello si giustifica da solo: ma la somma non fa un disegno.
La seconda deduzione è conseguente alla prima: non si individuano più obiettivi per i quali cercare risorse ma, nella migliore delle ipotesi, si inseguono le risorse che si rendono disponibili e le si piega a obiettivi diversi; nella peggiore, sono le risorse stesse a dettare i propri obiettivi.

In questa fase storica, caratterizzata dall’assenza di capacità pubblica nella programmazione integrata, così come nell’autonoma gestione del bilancio (si pensi alla stagione del deficit spending che ha reso possibile molte delle scelte dell’urbanistica riformista), può apparire come l’unico modo realistico di agire. Un conto però è pianificare tutto in modo deterministico come si faceva un tempo, un altro è non avere alcuna visione su cui orientare le risorse quando diventano disponibili.
In questo modo ciò a cui assistiamo è un susseguirsi di progetti e cornici narrative, ciascuna delle quali, una volta tramontata (come nel caso dello stadio “temporaneo”), lascia il posto a una nuova soluzione.

Questa intercambiabilità delle argomentazioni pubbliche è per noi il sintomo più chiaro: se un’opera può cambiare sede, natura e giustificazione a seconda di quale finestra di finanziamento si apre, vuol dire che quell’opera non risponde in modo trasparente a un interesse collettivo del territorio in cui si colloca, ma piuttosto alla logica dell’opportunità del momento.
In sintesi: chi valuta se, al di là della convenienza economica per i soggetti proponenti, o persino per le casse comunali, vi è un reale interesse collettivo, una crescita e qualificazione della città pubblica, una coerenza con le strategie e gli impegni che Bologna ha assunto nella sua storia e nei suoi strumenti di pianificazione?

Tutto ciò al termine di un’estate in cui anche i più scettici hanno riconosciuto l’inizio di una nuova epoca, quella dei cambiamenti climatici (anche se nei fatti è iniziata decenni fa), che in Pianura Padana vede gli effetti dell’incremento della temperatura in maniera molto più amplificata rispetto al resto d’Italia. Questa è la vera emergenza mondiale e locale, e una soluzione su cui gli scienziati sono concordi è proprio l’aumento della massa vegetazionale, al fine di diminuire le temperature e aumentare l’assorbimento di CO2. Se Bologna ha assunto questa emergenza, anche sulla questione stadio la coerenza con gli obiettivi di adattamento ai cambiamenti climatici deve diventare l’elemento di valutazione prioritario.

Dunque, quando smetteremo di trattare la città e l’ambiente come una sommatoria di occasioni da cogliere, e torneremo a chiederci che spazi di vita vogliamo, prima ancora di sapere quali risorse abbiamo a disposizione? Perché finché la domanda rimane capovolta (prima le risorse, poi lo scopo) ogni pezzo di città continuerà a somigliare a questo: giusto forse nel merito, ma senza nessuno che ne risponda nell’insieme.

ASCOLTA L’INTERVISTA A SIMONE GANDOLFI E MATTIA BARCI DI OSSERVABO: