Non chiamateli numeri. Dietro la contabilità del genocidio, dietro le cifre aride che rimbalzano sui bollettini internazionali, ci sono due milioni di storie, di volti e di anime. A ricordarlo con la forza pacata di chi è sopravvissuto all’inferno è Alhassan Selmi, giornalista, fotografo e videomaker nato a Gaza nel 1989. Lo scorso 3 ottobre, negli spazi della Mediateca di San Lazzaro di Savena, Selmi ha presentato la mostra “Be My Voice”, una testimonianza visiva e civile che trasforma il dolore in un appello universale all’umanità.
La mostra “Be my voice”
La mostra “Be my voice” nasce dall’incontro e dalla corrispondenza quotidiana tra il fotoreporter palestinese, bloccato sotto le bombe a documentare l’orrore in diretta, e l’illustratrice italiana Marcella Brancaforte, che da lontano ha cercato di dare forma e colore alle sue parole. Un dialogo fatto di immagini analogiche su carta, testo e arte figurativa, concepito per spezzare l’isolamento informativo e rompere il silenzio del mondo.
Da questo diario continuativo hanno preso vita anche due opere editoriali firmate a tre mani con il giornalista Raffaele Oriani e con le illustrazioni di Brancaforte: “Hassan e il genocidio” e “Il popolo meraviglioso” (edizioni People).
«Non siamo numeri, siamo esseri umani», l’intervista a Alhassan Selmi
A 33 anni, dopo essere sopravvissuto a cinque guerre e a centinaia di raid aerei, Selmi ha varcato per la prima volta nella sua vita i confini della Striscia. Nel suo percorso professionale e umano figurano importanti riconoscimenti, tra cui il premio Colombe d’Oro per la Pace conferitogli da Archivio Disarmo nel 2025, e i recenti premi Parise “Finestra sul Mondo” e “Caravella del Mediterraneo”. Ma il suo traguardo più prezioso resta quello di essere rimasto una voce libera, capace di raccontare la realtà sul campo anche quando i giornalisti diventano il primo bersaglio dei bombardamenti.
«Fare il giornalista a Gaza significa prendere ogni giorno il rischio di morire per informare le persone e contrastare la macchina della guerra – spiega Selmi – C’è un tentativo deliberato di rendere il mondo cieco di fronte a ciò che accade. Ma quando parliamo delle vittime, noi non parliamo di cifre. Diciamo che sono stati uccisi centomila esseri umani, ventimila bambini. Non usiamo mai categorie religiose o etniche: non diciamo ‘bambini musulmani’, diciamo ‘bambini’. La sofferenza non ha religione».
Selmi rigetta con forza la narrazione propagandistica che riduce il conflitto a uno scontro di fede o che bolla come antisemita chiunque si batta per i diritti del popolo palestinese: «Il nostro non è un problema religioso. Mia nonna mi raccontava che ai matrimoni, prima della Nakba, musulmani, cristiani ed ebrei vivevano e festeggiavano insieme. A Gaza ci sono anche palestinesi cristiani: quando la Chiesa della Sacra Famiglia è stata distrutta dai bombardamenti, duecentocinquanta persone che vi si erano rifugiate hanno perso la vita. Per noi non c’è differenza tra arabi, occidentali o americani: vediamo solo l’umanità».
La cultura come forma di resistenza e speranza
Alla domanda su come la cultura e l’arte possano contrastare la devastazione dei carri armati, Selmi risponde rimarcando il valore politico di ogni piccolo gesto comunicativo. «Qualsiasi azione culturale, un film, un’illustrazione o una singola parola, ha il potere di generare un cambiamento. Oggi si vuole distruggere tutto, persino i simboli più innocenti come gli aquiloni dei bambini, ma non si può uccidere la speranza».
Infine, dal giornalista gazawi arriva un monito rivolto direttamente all’Occidente: «Pensavate foste voi a dover liberare la Palestina, ma in realtà è la Palestina che sta liberando voi. Bisogna stare attenti, perché le logiche dell’occupazione e della censura stanno strisciando anche nelle vostre scuole e nei vostri spazi culturali. Risvegliare le coscienze è un dovere di tutti: se una tragedia simile accadesse qui in Occidente, noi palestinesi saremmo i primi a gettarci in mare per aiutarvi. Perché ciò che conta davvero non è la nazionalità, è la nostra comune appartenenza al genere umano».
ASCOLTA L’INTERVISTA AD ALHASSAN SELMI:







