All’inizio, Julia Ducournau pensava di non essere pronta per un film come Alpha. La sceneggiatura era già scritta da tempo, ma la regista pensava di dover aspettare, di dover essere artisticamente più matura. In seguito a Titane, però (la sua opera seconda, che le è valsa la Palma d’oro a Cannes nel 2021) Ducournau si è resa conto di aver iniziato a scrivere un film che non aveva nulla di nuovo da dire: «Mi stavo semplicemente ripetendo e, creativamente, è sterile. Noioso. Non puoi creare nulla di nuovo se resti nella tua zona di comfort, così l’ho scartato».
Per la sua terza opera, la regista è allora tornata a lavorare proprio su Alpha, presentato a Cannes 2025 e proiettato in anteprima al Biografilm Festival. In Italia, il film arriverà in sala a settembre, distribuito da I Wonder Pictures.
L’intervista a Julia Ducournau, la regista di Alpha
Il film esplora il rapporto tra Alpha (Mélissa Boros), una ragazza tredicenne di origini berbere, e la madre (Golshifteh Farahani). Quando Alpha torna a casa da una festa in cui si è fatta tatuare una “A” sul braccio da un ago non sterilizzato, la madre inizia a temere che la figlia possa rischiare di ammalarsi del virus che piaga la Terra ormai da qualche anno. Il virus – che, in un’evidente allegoria della pandemia di AIDS, si trasmette attraverso il contatto ematico diretto con alcuni fluidi corporei – trasforma progressivamente le persone in statue di marmo, partendo dai loro organi interni. La tensione tra le due si complica quando la madre decide di ospitare in casa per qualche giorno suo fratello Amin (Tahar Rahim), tossicodipendente.
Lavorare su Alpha, racconta Ducournau, è stato complesso: «Mi ha causato molto disagio, perché nei miei primi due film ho parlato tanto della figura paterna; ma parlare della figura materna, come in Alpha, è più difficile». Il motivo, specifica la regista, è che nelle storie di formazione «Emanciparsi dal padre significa smarcarsi da uno sguardo esterno, dal bisogno di approvazione, nel tentativo di trovare te stessa. Anche questo può essere traumatico, a volte – la figura paterna, spesso, rappresenta in qualche modo lo sguardo della società. Quindi, per estensione, cercare l’approvazione paterna significa cercare un’approvazione da parte della società – lì è dove rischi davvero di perdere te stessa».
Totalmente diverso, invece, è il processo che ti renda autonoma dalla figura materna. In quel caso, specifica Ducournau, si tratta di strapparsi da una sorta di rapporto simbiotico, da qualcosa che fa ancora parte di te: «Devi completamente re-inventarti, e chiederti chi sei dopo quel processo. Freud ha detto: uccidiamo il padre. Okay, possiamo uccidere il padre, ma non possiamo uccidere la madre. Per emanciparti, devi trovare un’altra strada», riflette la regista. «La strada che ho trovato per Alpha è il diventare un’altra persona, rendersi madre della sua stessa madre, senza interrompere il loro legame. Per questo, scrivere questa storia è stato particolarmente doloroso».
ASCOLTA L’INTERVISTA A JULIA DUCOURNAU, TRADOTTA DA ELISABETTA COVA:
Chiara Scipiotti







