Ora non hai più paura: sarebbe bello dirlo a se stessi. C’è in questo titolo – che è anche un motto – un desiderio di accoglienza della realtà, così come si manifesta, senza timore del risultato, senza forzature né volontà di potenza. Ed è questo lo spirito con cui Cesare Ronconi ha curato la regia di quest’opera.

In scena ci sono tre corpi femminili – androginia inclusa – e li ha lasciati vivere nelle loro relazioni, nella loro affettività e sapienza di corpi fortemente capaci di espressione. E così lo spettatore assiste, quasi guardasse da una fessura, ad un gioco che a volte è d’amore, fra tenerezza e seduzione, o è un volteggiare di animali, o di bambini, in quell’agio dell’amicizia, della tana, dell’intimità. Ma ci sono elementi che inquietano, che spingono o trattengono grandi forze incombenti: il sonoro, che batte dal vivo in ogni momento, e la scena, spaccata nettamente in due parti. C’è la paura di amare, la chiusura all’altro, il non voler sentire e vedere, ma anche la ricerca dell’infinito, la voglia di vivere la vita come mistero.

La partitura sonora è nata nel vivo delle prove, giorno per giorno, poggia sul dialogo fra due compositori/esecutori posti ai lati della scena, uno percussivo, l’altro elettroacustico, e scarica sui corpi le graffiature e il rimbombo di questo tempo, senza melodia, senza narrazione, con potenti impennate e raffinati echi dal mondo.

Ai microfoni di Radio Città Fujiko Cesare Ronconi ci racconta la contemporaneità che stiamo vivendo, di quanto sia difficile per i giovani accettare la violenza che il quotidiano porta ogni giorno con sè, di quanto l’uomo abbia bisogno di accettare il mistero della vita, aprendosi agli altri senza paura. Uno spettacolo che esorta a vivere senza la paura di amare e di aprirsi all’altro per crescere, per evolversi, per progredire nel  percorso di ricerca della gioia.

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