È di ieri la notizia della morte di un ragazzo di venticinque anni, trovato in piazza Luigi Savoia a Milano. Il giovane, probabilmente senza fissa dimora, è la quarta vittima del freddo di questo inverno nel capoluogo lombardo. Non si esclude infatti la morte per ipotermia a seguito di una notte molto fredda con temperature vicine allo zero.
Come è possibile che, nonostante il Piano Freddo dell’Amministrazione comunale, con molti posti in accoglienza a disposizione, ci siano già quattro persone morte in poche settimane? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Pezzoni, operatore di Caritas.
Senza dimora e accoglienza: non solo quantità, ma anche qualità
Se le strutture ed il servizio esistono, le cause delle continue morti sono da ricercare anche in altri fattori. «I numeri di persone morte in strada sono alti d’inverno ma sono altrettanto alti anche negli altri periodi dell’anno», osserva Pezzoni.
Il conteggio delle vittime viene effettuato dalla Federazione Nazionale per le persone senza dimora, che recentemente ha pubblicato il rapporto denominato “La strage invisibile”.
Uno degli elementi da prendere in considerazione è la qualità dell’accoglienza e dunque la possibilità delle persone senza dimora di entrare nelle strutture.
Molte persone senza fissa dimora non riescono ad essere adeguatamente accolte nei centri collettivi per problematiche personali e di esperienze pregresse, oltre alla presenza di situazioni di tossicodipendenza e di salute mentale.
I centri collettivi, come i dormitori, sono quindi una soluzione ma anche un ostacolo, soprattutto in una città come Milano, colpita dalla crisi per la casa e un tentativo sperimentato ma con numeri poco adeguati di Housing First.
Quest’ultimo approccio, sostiene Pezzoni, potrebbe essere una delle soluzioni di rafforzamento al sistema di contrasto alla grave marginalità sociale. Il modello offre una casa indipendente e stabile come primo passo, rendendo prioritario il diritto alla casa.
«A dieci anni di distanza è difficile considerarlo un modello che avrebbe potuto funzionare per come è stato applicato a Milano», continua Pezzoni.
Un’altra contromisura riguarda la possibilità di intensificare le unità di strada e verificare la condizione delle persone in difficoltà: è necessario al fine di un’azione congiunta che vada oltre l’accoglienza, che presenta diversi ostacoli, ma che prenda in considerazione più aspetti e cause della condizione di marginalità vissuta in strada.
«C’è anche un’educativa di strada diurna che funziona, è chiaro che i numeri che riescono a seguire sono limitati – afferma Pezzoni – Ci deve essere una grossa responsabilità dei servizi sanitari sia sul fronte della tossicodipendenza sia sui quello della salute mentale».
In Lombardia infatti, i SERD e i CPS sono servizi strutturati in modo che le persone vadano nel centro, e non con monitoraggio e aiuto in strada. «Ci sono delle sperimentazioni, dei finanziamenti per le dipendenze e unità di strada più specifiche, però stiamo parlando di numeri inadeguati rispetto al bisogno», conclude l’operatore Caritas.
ASCOLTA L’INTERVISTA AD ALESSANDRO PEZZONI:







