Per la prima volta in Italia i lavoratori e le lavoratrici del settore videoludico scioperano. L’azienda interessata è la sede milanese di Ubisoft, ad Assago, una multinazionale francese leader nella creazione e distribuzione di videogiochi, attiva in Italia dal 1998.
I lavoratori italiani hanno scioperato da martedì 10 a giovedì 12 febbraio, dando vita a un presidio sindacale davanti agli uffici di Assago. La mobilitazione si affianca alle proteste delle sedi francesi e tedesche della società.
Lo sciopero nel settore videoludico: la battaglia per lo smart working alla Ubisoft
La ragione dello sciopero è la decisione dell’azienda francese di eliminare lo smart working per i suoi dipendenti, obbligandoli a recarsi in ufficio 5 giorni su 5. La decisione di Ubisoft fa parte di un più ampio progetto di ristrutturazione dell’azienda che mira a risparmiare 200 milioni di euro nei prossimi due anni e ad attuare «un cambio radicale nel modello operativo».
L’eliminazione del lavoro da remoto costringerebbe numerosi lavoratori e lavoratrici a trasferirsi a Milano, una città con un costo della vita tra i più alti in Italia. Dopo la pandemia molti dipendenti avevano infatti deciso di fare i pendolari da fuori Assago o addirittura da fuori regione perchè rappresentava la soluzione economicamente più sostenibile.
Non si tratta solamente di una questione economica, ma anche di un problema di organizzazione personale, che porta intere famiglie a doversi trasferire in un’altra città da un giorno all’altro. “Non giocate con le nostre vite” è la scritta che si legge sui cartelloni esposti durante il presidio.
Le discussioni tra sindacati e dirigenza Ubisoft riguardanti lo smart working vanno avanti dal 2024, quando gli scioperi francesi avevano portato ad un compromesso che stabiliva tre giorni in presenza e due a distanza.
«È chiaro che una decisione come questa, presa senza alcun preavviso, mette in difficoltà moltissimi lavoratori – spiega Andrea Rosafalco della Fiom Cgil – Se non si ottengono risultati la strategia dello sciopero deve rimanere sullo sfondo». Rosafalco accusa inoltre la dirigenza di portare avanti una «cultura del controllo», secondo cui produttività ed efficienza sono garantite solo col ritorno in presenza, non fornendo però dati a supporto.
Secondo i sindacati si tratta di una decisione imposta dall’alto, senza aver preso in considerazione le necessità di più di 100 dipendenti che finora hanno usufruito della flessibilità garantita dal modello ibrido di lavoro.
Dipendenti e sindacati chiedono ora l’apertura di un tavolo di confronto per trovare una soluzione condivisa ed evitare così possibili dimissioni di lavoratori e lavoratrici che metterebbero a rischio il futuro dell’azienda stessa.







