Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump cerca di trascinare l’Europa nel baratro della guerra in Medio Oriente e per farlo usa la sua principale leva politica: il ricatto. In un’intervista al Financial Times, Trump ha avvertito la Nato di possibili conseguenze «molto negative» se gli alleati non contribuiranno a garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il petrolio mondiale. Il tycoon ha chiamato in causa anche la Cina, ricordando che la maggior parte del suo petrolio transita proprio da lì, e attende una risposta prima di un possibile incontro con Xi Jinping.

Guerra in Medio Oriente, il ricatto verso l’Europa per scongiurare il Vietnam di Trump

Sul terreno, Israele ritiene necessarie almeno altre tre settimane di operazioni e ha lanciato nuovi raid su Teheran, mentre l’Iran rifiuta negoziati e avverte gli alleati degli Stati Uniti di non alimentare l’escalation.
L’allungamento del conflitto rispetto a quanto Trump aveva inizialmente preventivato assecondando le mire israeliane è proprio il punto che mette in difficoltà il presidente statunitense, alle prese con critiche e scetticismo interni anche al suo partito.

«Senza dubbio Trump è in difficoltà – osserva ai nostri microfoni il giornalista Martino Mazzonis – in tutti i sondaggi che ci sono stati, i contrari a questa guerra sono la maggioranza. Ad ogni intervento, l’Amministrazione cambia versione su quali sono le ragioni del conflitto, gli obiettivi da raggiungere e soprattutto quando finirà. Se per il Vietnam e l’Iraq gli americani esprimevano contrarietà dopo aver visto che le cose andavano male, questa volta lo hanno fatto prima».
Mazzonis ricostruisce le tensioni interne anche ai repubblicani, il partito di Trump. Da un lato, infatti, ci sono senatori che a novembre cercano una riconferma e che rischiano a causa del prezzo del petrolio, dall’altro si è aperta una contraddizione interna al mondo Maga, in particolare per essersi fatti trascinare nel conflitto da Israele.

L’Unione Europea, dal canto suo, valuta il rafforzamento della missione navale Operazione Aspides, mentre Regno Unito pensa all’invio di droni dragamine.
A pesare non sono solo le parole di Trump, ma anche l’allarme lanciato dalle compagnie petrolifere, secondo cui la crisi potrebbe aggravarsi. Le conseguenze nel Vecchio Continente si sono già fatte sentire, con un aumento a doppia cifra.
Per stare all’Italia, secondo il Codacons gli italiani hanno già speso 16,5 milioni in più al giorno in carburanti (di cui 9,5 milioni di accise) e dal 27 febbraio al 14 marzo il diesel è salito del 18,5%, la benzina del 9,1%.

«Anche se i leader non lo dicono, tutto il mondo è imbestialito con Trump per questo conflitto», osserva Mazzonis, secondo cui, allo stato attuale, non ci saranno Paesi che si faranno trascinare le baratro della guerra in Medio Oriente.
Anzi, alcune nazioni, come l’India, hanno iniziato una trattativa con l’Iran per il transito delle proprie navi dallo stretto di Hormuz. Ciò, per il giornalista, rappresenterebbe «un grande schiaffo alla proiezione di potenza degli Stati Uniti nel mondo e alla loro capacità di tenere insieme gli alleati».

ASCOLTA L’ANALISI DI MARTINO MAZZONIS:

Libano, il rischio di una “nuova Gaza” mentre è cominciata l’operazione israeliana di terra

Israele ha annunciato questa mattina di aver iniziato «operazioni terrestri limitate e mirate» contro Hezbollah nel sud del Libano.
«Faremo quello che abbiamo fatto a Gaza», ha dichiarato un alto funzionario israeliano al giornalista Barak Ravid, facendo riferimento alla demolizione degli edifici che, secondo Israele, Hezbollah utilizzerebbe per immagazzinare armi e lanciare attacchi.
L’ultimo bilancio per il solo Libano parla di mille morti, 14 nelle ultime ore, di cui 4 bambini. L’emergenza umanitaria riguarda un milione di persone, che risultano sfollate.

Radio Popolare ha intervistato il vescovo latino di Beirut, monsignor César Essayan. Nominato da Papa Francesco nel 2016, francescano, è nato a Sidone e guida la comunità latina in Libano, operando in un contesto complesso e segnato da profonde crisi umanitarie e conflitti e spesso denunciando la sofferenza della popolazione.
Essayan parla di una situazione molto complessa, in particolare nell’assistenza degli sfollati. Il governo, da solo, non riesce a provvedere a tutto e un ruolo lo stanno giocando le ong e le associazioni religiose.
Ma il quadro che emerge dalle sue parole è di una stanchezza del Paese per le guerre infinite, l’ultima solo due anni fa sempre con Israele.