Fino al 17 aprile presso Frittelli Arte Contemporanea a Firenze è visitabile la mostra “La rivolta illustrata”, la più ampia personale di Nanni Balestrini mai allestita negli spazi della galleria. Al suo terzo appuntamento con la realtà fiorentina, l’opera dell’artista e poeta milanese (1935–2019) torna protagonista con una rassegna che attraversa i diversi periodi della sua attività, riunendo oltre cento lavori, in larga parte inediti.
Curata da Marco Scotini, la mostra si configura come un vero e proprio attraversamento della ricerca linguistica e visiva di Balestrini, figura centrale della neoavanguardia italiana e del Gruppo ’63, capace di muoversi tra letteratura, arti visive e militanza politica con radicale coerenza.
La mostra “La rivolta illustrata”
Il titolo dell’esposizione richiama esplicitamente “La violenza illustrata”, romanzo pubblicato da Einaudi nel 1976, costruito secondo la struttura frammentaria del rotocalco, dove l’apparato visivo diventa elemento strutturale del racconto. Pur privo di immagini, il libro possedeva una forte carica iconica: Balestrini vi trattava le parole come fossero figure, materia da montare e smontare.
Allo stesso modo, in “La rivolta illustrata” la parola diventa oggetto visivo: viene ritagliata, disarticolata, sovrapposta, frantumata fino a trasformarsi in pattern astratto. Eppure non perde mai del tutto il proprio peso semantico. Nei collage esposti – su carta, in acrilico o realizzati con materiali plastici – il materiale verbale resta il nucleo centrale. Le opere chiedono di essere guardate e lette simultaneamente, in un continuo slittamento tra significato e forma.
Un ulteriore rimando al romanzo del 1976 è rintracciabile nella struttura episodica della mostra. Così come “La violenza illustrata” si componeva di nove episodi ispirati alla cronaca degli anni della grande ondata rivoluzionaria italiana, anche l’esposizione si articola in cicli autonomi di lavori.
Le composizioni nascono da ritagli di rotocalchi, quotidiani e settimanali politici: titoli di giornale, slogan, frammenti di cronaca che raccontavano gli eventi nel momento stesso in cui accadevano. La storia entra nell’opera come materia viva.
La rivolta evocata dal titolo è quella delle lotte di piazza, dei movimenti antagonisti, della contestazione che ha attraversato gli anni Sessanta e Settanta – stagioni alle quali Balestrini partecipò attivamente.
Ma la rivolta è anche, e forse soprattutto, linguistica. Nel lavoro di Balestrini, infatti, la lingua diventa un terreno di conflitto. Priva di gerarchia, asintattica, continuamente frantumata e ricombinata, la materia linguistica si sottrae alla linearità della lettura tradizionale. Il testo non procede più in modo sequenziale: si spazializza.
Liberare il tempo dalla sua rigidità cronologica significa infatti sottrarre la scrittura all’ordine dello storicismo e alla subordinazione alla successione lineare. Ogni collage apre così a una pluralità di percorsi interpretativi, a una lettura pluridirezionale. Il senso non è dato una volta per tutte, ma emerge dall’attrito tra i frammenti.
Il percorso espositivo copre oltre sessant’anni di ricerca: dalla serie Pagine (1962) al ciclo Potere Operaio (1975), dalle sequenze CagedIris e Ondulé (1980) fino ai Guarda qui (2009), caratterizzati dall’uso dello stencil, e ai più recenti 2Cento fiori (2018).
È un viaggio attraverso sei decadi di instancabile manipolazione della materia linguistico-visiva, in cui Balestrini lavora per liberare la parola dalla linearità della pagina e dalla sequenzialità unidirezionale della lettura. Il risultato è un corpus che conferma la sua statura non solo di grande poeta della letteratura italiana recente, ma anche di maestro dell’arte visiva.







