Ieri Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, è stata ospite alla Camera dei deputati per una conferenza stampa in cui ha presentato il suo report “Genocidio di Gaza: un crimine collettivo”, pubblicato lo scorso 20 ottobre.
La sua presenza alla Camera, peraltro contestata da molti esponenti della maggioranza, è stata l’occasione non solo per parlare del rapporto, ma anche per discutere della situazione in cui versano attualmente Gaza e gli altri territori palestinesi, nonostante il cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti entrato in vigore lo scorso 8 ottobre.

La situazione nei territori palestinesi, dalla tregua ad oggi

«Mentre nel nostro Paese si parla spesso di pace, la Palestina continua ad essere distrutta, e con essa il suo popolo», ha esordito Albanese, ricordando che è arrivato a 240.000 il numero accertato tra persone uccise e ferite da ottobre 2023 ad oggi. Lo stesso dato delle 70.000 persone uccise, fino a qualche giorno fa contestato da più parti, è stato recentemente confermato dalle stesse autorità israeliane. A questo numero si devono aggiungere almeno 10.000 persone disperse, probabilmente sepolte dalle macerie o disintegrate dalle esplosioni.

Albanese ha rimarcato la gravità della situazione in cui si trovano i palestinesi di Gaza, nonostante la stipula del cessate il fuoco. Da inizio ottobre sono state uccise quasi 500 persone, di cui oltre 30 nell’attacco del 31 gennaio a Khan Yunis e Gaza City. Almeno 11 minori, inoltre, sono recentemente morti di ipotermia.
Anche in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, intanto, continuano a intensificarsi «le pratiche che producono sfollamento forzato e appropriazione della terra», portando avanti quello che Albanese ricorda essere «un obiettivo dichiarato da questo governo», ovvero quello dell’espansione delle colonie nei territori occupati. Più che di violenza dei coloni sarebbe opportuno – continua – parlare di vero e proprio terrore.

Intanto «migliaia di palestinesi continuano a languire nelle carceri israeliane», ed è proprio su questo, «e sull’esistenza di un sistema di centri di tortura, come denunciato dalle stesse ong israeliane più importanti», che verterà il prossimo rapporto che Francesca Albanese presenterà alle Nazioni Unite.

La complicità dell’occidente nei crimini di Israele

Il rapporto “Genocidio a Gaza: un crimine collettivo” si concentra su uno degli aspetti fondamentali messi in evidenza da Francesca Albanese nel suo lavoro per le Nazioni Unite: «Quanto sta accadendo oggi in Palestina non è il risultato dell’azione isolata di uno stato. È l’esito di un ordine mondiale coloniale resiliente, in cui i diritti non sono universali ma sono privilegi riservati a pochi», dove con ordine coloniale si intende specificamente «un sistema che consente la violazione del diritto all’autodeterminazione di interi popoli a beneficio dei più forti».

L’inchiesta di Francesca Albanese ha indagato i rapporti di 64 paesi con Israele, e i modi in cui questi stati hanno «armato, finanziato e protetto l’apartheid israeliana attraverso azioni illegali e omissioni deliberate».
Sono quattro i punti fondamentali in cui si è articolato il discorso della relatrice, e in cui può essere riassunto il contenuto del suo report. Il primo ha a che vedere con il sostegno diplomatico. Nonostante la Corte Internazionale di Giustizia abbia riconosciuto il rischio di genocidio e ordinato a Israele di interrompere l’occupazione illegale dei territori palestinesi, ad oggi gli stati che provano a ricorrere alla giustizia internazionale «subiscono ritorsioni e pressioni politiche importanti».

Il secondo punto riguarda i legami militari. «Armi, intelligence e addestramento congiunto hanno alimentato la macchina genocidaria». Albanese ha enfatizzato la responsabilità dell’Italia, terzo fornitore di armi ad Israele in tutto il mondo, dopo Germania e Stati Uniti. Centrale nei rapporti militari tra Italia e Israele è Leonardo Spa, che, come ha ricordato Albanese, ha una causa in corso per la vendita di armi ad Israele.

Allo stesso tempo, l’Unione Europea è rimasta, nonostante il genocidio in corso, il principale partner commerciale di Israele, contribuendo alla crescita delle sue esportazioni. Non si è ancora riusciti, in questi due anni e mezzo, ad aprire la discussione sulla sospensione dell’accordo di partenariato UE-Israele, che, come ha ricordato Albanese, prevede all’articolo 2 «la violazione dei diritti umani come causa di sospensione dell’accordo».

Il quarto punto, infine, è la strumentalizzazione degli aiuti umanitari da parte di Israele. Il blocco illegale degli aiuti umanitari a Gaza è rimasto in gran parte incontestato – inclusi gli attacchi contro la Unrwa (l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi). La Gaza Humanitarian Foundation, voluta da Israele e Stati Uniti, “ha trasformato la distribuzione degli aiuti in un luogo di morte”, con oltre 1600 gazawi uccisi nei centri di distribuzione.

«Il diritto internazionale è chiarissimo – aggiunge la relatrice Onu – nessuno stato può sostenere un altro stato nella commissione di illeciti internazionali, tanto più di crimini internazionali». Per Albanese l’unico modo per ottenere la pace è garantire l’autodeterminazione del popolo palestinese, e l’unico modo per farlo è interrompere l’occupazione Israeliana. La stessa Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato l’occupazione illegale, chiedendone lo smantellamento e riconoscendo il rischio di genocidio, che tutti gli stati hanno l’obbligo di prevenire.
«Mi auguro che dalle rovine di Gaza possa nascere un nuovo multilateralismo, fatto di diritti per tutti e non solo di privilegi per pochi», ha concluso Albanese, ribadendo la necessità che vengano spezzati i legami – diplomatici, militari e commerciali – che rendono gli stati occidentali complici dei crimini israeliani.

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