Il tema è stato oggetto di diversi annunci da parte della premier Giorgia Meloni negli ultimi mesi, insieme alla promessa che sarebbe stato pronto «nelle prossime settimane». Per ora, però, il famigerato Piano Casa nazionale, misura fortemente richiesta dai Comuni ad alta tensione abitativa, assomiglia ad un unicorno: tutti ne parlano, nessuno l’ha mai visto.
Le uniche cose che si sanno hanno il carattere dell’annuncio – fatto dalla stessa Meloni – a favore di telecamera o di titolo sui giornali: 100mila case in 10 anni.

Piano Casa nazionale, cosa sappiamo fino a questo momento

Le informazioni che si hanno fino a questo momento sul Piano Casa nazionale a cui starebbe lavorando il governo sono poche, incerte e frammentarie.
Oltre all’obiettivo sul numero di alloggi, sono esigui gli elementi emersi fino a questo momento. A partire dalle risorse: c’è chi ha stimato che per la realizzazione di 100mila alloggi sarebbero necessari 25 miliardi di euro, ma è una cifra che il governo non ha mai fatto ed è semplicemente il frutto di una moltiplicazione, quella dei 100mila alloggi per un costo unitario di 250mila euro.
In realtà, una cifra del genere sarebbe credibile se il governo decidesse di realizzare tutti gli alloggi di proprietà pubblica, ma non sembra essere questo l’orientamento.

Il capitolo delle case popolari, quelle di edilizia residenziale pubblica (Erp) gestite direttamente dagli enti locali, al momento non è stato toccato. La presidente del Consiglio ha vagamente detto che ci si sta lavorando, ma le sue dichiarazioni si sono concentrate sugli argomenti tipici della propaganda di destra, cioè le occupazioni abusive di quegli immobili, non sul loro incremento.
Ciò che è invece più probabile, è che molte delle case che verranno finanziate saranno di edilizia residenziale sociale (Ers), cioè pensate per quelle persone della classe media che fino a qualche anno fa potevano sostenere il costo di mercato, mentre ora, con l’inflazione e un aumento spropositato dei prezzi, fanno molta fatica. Laddove sono stati realizzati, gli alloggi di edilizia sociale hanno però tagliato fuori, proprio per i costi, ampie fette della popolazione.

Anche le poche altre informazioni fin qui trapelate non sembrano contenere misure che sarebbero risolutive del problema, a partire dalle sue cause, che sono la speculazione, l’esplosione degli affitti brevi turistici e la perdita di potere d’acquisto dei salari.
Nel Piano Casa nazionale, il governo vorrebbe riproporre un vecchio meccanismo, ma con un nome nuovo e inglese, allo scopo di farlo sembrare innovativo: il rent to buy. Si tratta del vecchio affitto con riscatto per il quale l’inquilino di un appartamento potrebbe riscattarlo dopo un certo numero di anni (ora indicato in 10) in cui ha pagato l’affitto, detraendo le somme già versate.
Altri elementi che sono annoverati più tra gli annunci che tra le misure concrete riguardano l’attenzione alle giovani coppie e agli anziani.
A corredo, si parla di ulteriori elementi che chi segue il tema della casa ha già sentito nominare: cohousing, bonus ristrutturazione della prima casa al 50%.

Piano casa, cosa servirebbe per affrontare il problema abitativo

Non più tardi di una settimana fa, la Cgil sosteneva che il Piano Casa nazionale annunciato da Meloni fosse una pura operazione di propaganda, perché non esisteva alcun testo e la società civile, che secondo la premier sarebbe stata coinvolta, non è mai stata interpellata.
Al contrario, i dati sulla casa che riguardano l’Italia (ma anche l’Europa) sono a dir poco allarmanti. In particolare, la disponibilità di alloggi a canoni calmierati è limitata e inferiore agli altri Paesi europei: l’Italia si ferma al 2,4%, contro una media Ue pari all’8. Secondo l’Eurostat tra il 2010 e 2024 i prezzi delle abitazioni nel continente sono aumentati mediamente del 55%, gli affitti di quasi il 27. Un salasso che falcidia i salari: a Lisbona l’affitto consuma il 116% dello stipendio, seguono Barcellona, Madrid, Milano, Roma e Dublino.

Nel dicembre 2024 un’Alleanza municipalista di diverse città ha consegnato al governo una proposta di Piano Casa in cinque punti. Il primo punto riguardava una legge quadro nazionale sull’edilizia residenziale pubblica e sociale, ma anche il rifinanziamento del programma per il recupero e la razionalizzazione degli immobili di edilizia residenziale pubblica (Erp) e l’introduzione di un sistema di credito d’imposta per la manutenzione delle case popolari.
Il secondo punto prevedeva la possibilità di ricevere gratuitamente immobili e aree di enti statali o parastatali inutilizzati, destinandoli a politiche per l’abitare, per contrastare l’emergenza abitativa e per l’edilizia studentesca. La terza cosa che gli enti locali chiedono è il rifinanziamento del Fondo Nazionale Locazione e del Fondo Nazionale Morosi Incolpevoli per sostenere le famiglie in difficoltà. Il quarto punto riguardava la tanto attesa legge nazionale per la regolamentazione delle piattaforme turistiche, mentre l’ultimo punto chiedeva una misura nazionale per l’emergenza abitativa e le persone senza dimora.
Un anno dopo, a dicembre scorso, le proposte sono state aggiornate e ora sono 10.

Ai nostri microfoni Lucia Tozzi, giornalista e studiosa di politiche urbane, sottolinea tutti i limiti e gli errori di affidare al privato la soluzione del problema abitativo e ritiene grave la scelta di non puntare in modo serio e corposo sulle case popolari. «Hanno migliorato la vita a molte persone – sottolinea – e se si sono creati contesti di degrado in alcuni quartieri è perché non sono state oggetto di ristrutturazioni e di progetti sociali di comunità».
Secondo Tozzi, il primo punto di un Piano Casa che voglia risolvere il problema è proprio l’investimento sulle case popolari, attraverso il loro restauro, lo stop alla vendita, ma al contrario un piano di nuove acquisizioni, ad esempio nelle ex caserme che oggi finiscono in piani speculativi nelle mani di grossi fondi immobiliari.
Una seconda misura necessaria sarebbe il sostegno alle forme di mutualismo, che sostengono anche la cosiddetta fascia grigia.

Ci sono però anche altri interventi necessari, che non comportano investimenti pubblici, ma si limitano a regolamentare meglio il mercato degli affitti e quello immobiliare in generale. Misure come il tetto al costo degli affitti o la tassazione degli immobili vuoti nei centri ad alta tensione abitativa sarebbero necessari. Così come un forte limite agli affitti brevi turistici, ma anche una detassazione a quei proprietari che praticano affitti realmente calmierati.
Infine la studiosa cita misure già adottate in Svizzera o alcune zone del Trentino, territori non propriamente socialisti, dove è stato limitato l’acquisto di seconde, terze o quarte case. Anche in questo caso il provvedimento potrebbe valere per i centri ad alta tensione abitativa.

ASCOLTA L’INTERVISTA A LUCIA TOZZI: