Al Teatro Celebrazioni è andato in scena “Pirandello Pulp”, produzione del glorioso Teatro Franco Parenti, testo di Edoardo Erba per la dinamica regia di Gioele Dix. In scena il formidabile Massimo Dapporto spalleggiato dall’altrettanto bravo Fabio Troiano. Pirandello Pulp, come annunciato dalla presentazione, è una versione irriverente de Il giuoco delle parti di Pirandello, ma al contempo è una benevola e scanzonata irrisione all’incapacità del pubblico attuale, o presunta tale, di “sorbirsi” un’integrale di un testo pirandelliano con quel suo linguaggio complesso che risulta asciutto, se paragonato alla drammaturgia precedente nell’alveo del primo Novecento, eppure prolisso, stratificato e simbolico, denso, proprio in quanto testo del “vecchio e fottuto Novecento”, come dicono gli attori in scena. Omaggio ossequioso dunque al genio di Pirandello, eppure dichiarazione di una difficoltà attuale ad una sua rappresentazione fedele all’originale. Uno spettacolo gioioso teatrale e metateatrale che gioca sul suo farsi e che mette in guardia rispetto allo scardinamento delle tradizioni per un teatro nuovo in cui la parola d’ordine sia “semplificazione” che può rovesciarsi un inganno appiattendo la profondità dei significati.

Fuori dagli abituali luoghi teatrali che frequento e dai quali, su queste pagine, talora vi riporto le mie impressioni, incuriosita dai manifesti e dal comunicato stampa, mi sono avventurata fuori porta al Teatro Celebrazioni per questo Pirandello Pulp. Che fosse una produzione del Teatro Franco Parenti mi è sembrata una garanzia sufficiente e i nomi in ditta poi sembravano incoraggianti. Lo spettacolo non ha tradito le aspettative portandomi a piegarmi letteralmente dalle risate per tutta la sua durata e mi ha lasciato un buon umore dato dall’impasto tra le battute della commedia e i ricordi delle mie antiche letture pirandelliane che hanno risvegliato il mio entusiasmo per i paradossi, l’ironia e il metateatro.

Partiamo dalla constatazione che nei cartelloni dei teatri Pirandello è sparito. Si è passati dal vedere Pirandello ovunque, cosa che evidentemente aveva stancato, al non vederlo più, nè nei teatri pubblici nè in quelli privati.

Forse uno dei motivi di questa sparizione dai radar ha originato la scrittura di questo divertente spettacolo ovvero, la riflessione sulle difficoltà di mettere in scena oggi un qualunque Pirandello.

Negli anni la riduzione dei budget teatrali ha portato a ridurre il numero di attori e attrici sulla scena e volendo mettere in scena testi pirandelliani servirebbe forse sfoltire il numero dei personaggi se la produzione non è di quelle davvero importanti. Poi c’è la questione, ben sviscerata in forma comica nella pièce, del denso linguaggio di Pirandello. In scena il personaggio di Fabio Troiano, nelle vesti di un elettricista, rappresenta una persona semplice, se non ignorante, sicuramente non colta. Una persona che non conosce le trame di Pirandello e che funge un pò da sostituto dello spettatore qualunque che chiede al regista di semplificare la trama eliminando battute complesse, di modernizzare l’ambientazione del dramma de Il giuoco delle parti. L’ingenuo e teatralmente vergine personaggio si rivela alla fine un genio della drammaturgia capace di inventare un nuovo modo di mettere in scena il testo di Pirandello slegandosi dall’originale e creandone appunto una versione Pulp ambientata in un parcheggio.

Regista e elettricista dunque stravolgono l’idea iniziale di messa in scena canonica de “Il gioco delle parti” e provano a immaginare di adattare la trama all’ambientazione in questo parcheggio, come quelli dove avvengono gli scambi di coppie. Lì avverrà lo scambio tra il marito e l’amante della bella Siria. Tra duelli ai coltelli con coinvolgimento di immaginari zingari, dovrebbe avvenire la scena hard tra la protagonista del dramma e l’amante Guido davanti al marito Leone, che vuole guardare mentre la moglie consuma il tradimento. Questa situazione si avvicina a quello che si può vedere sui social oggi dove i cuckold che consegnano le mogli (definite sweet) ai bull, per essere “montate” in loro presenza, situazione per altro nota all’elettricista che a sua volta è un bull. Ma nel gioco di reinvenzione, la “turpe” scena diventa un momento estremamente comico immaginando il marito in mezzo al parcheggio in pigiama che intrattiene un dialogo con l’amante, il bull. Nella semplificazione linguistica operata dall’elettricista,la scena risulta tuttavia tra il demenziale e l’assurdo. Il dramma prende poi la strada del musical immaginando che il marito si metta a cantare sul finale dopo il ferimento a morte dell’amante nel duello sostenuto al suo posto.

Di risata in risata, per l’asurdità della situazione venutasi a creare tra il datore luci (Troiano), che ha le vertigini e non vuole salire sulla scala a puntare i fari, e il regista (Dapporto), che vuole predisporre la scena in vista delle prove con gli attori della compagnia, che non ci sono e che non arriveranno, si passa dalla commedia pirandelliana alla sua farsa, con la lettura da parte dei due attori della riscrittura del copione fatta dall’elettricista in nome dello svecchiamento del linguaggio, della situazione scenica e della mitizzata semplificazione. In poco tempo tutto precipita nel dramma, inaspettatamente, come se l’intera pièce fosse una riscrittura dell’Enrico IV di Pirandello. Cadono tutti i veli, scopriamo che quello di regista è un ruolo e non una realtà, non c’è nessuna produzione da mettere su, tutto è finto come nella rappresentazione in costume dell’Enrico IV. Anche l’elettricista non è un vero elettricista, ma una comparsa che è andata oltre il ruolo assegnatogli e dunque merita una punizione, vera o finta che sia, per ripristinare il gioco delle parti in commedia e concludere lo spettacolo così come era stato immaginato.

Omaggio a Pirandello, abbiamo detto, scardinamento delle sue trame, presa in giro ella sperimentazione teatrale attraverso cui la regia cerca di trovare nuovi significati contemporanei ai drammi classici fino a stravolgerli o a farli a pezzi.

C’è una bella riflessione sul farsi del teatro che è storica e metastorica, c’è un fare teatro e un’azione metateatrale, c’è un’indagine sui ruoli sociali di ieri e di oggi e in questo gioco continuo che porta dentro e fuori i testi di Pirandello e nella realtà sociale e teatrale odierna, che si riscopre la vitalità del pensiero e della filosofia pirandelliana. Assistendo allo spettacolo e ridendo di tutto quanto accade in scena, ci accorgiamo di come sia ancora dirompente accorgersi di come siamo guardandoci dal di fuori, come fossimo pupi mossi da altri. Osservando i nostri difetti, i difetti della società rappresentati sul palco, cogliamo ancora quanto è difficile sostenere ogni giorno il nostro ruolo, essere se stessi per come siamo e per come gli altri vogliono che siamo e ancora, per come vorremmo essere. E’ terrificante guardare la zona buia tra la maschera e il volto lo era ieri come oggi. Ma ancor più sorprendente dello scoprire quanto ancora ci piaccia Pirandello, è trovare la commedia in buona salute, quella commedia che fa ridere il cervello e pure la pancia, che non è becera e volgare e che lascia un senso di benessere a lento rilascio, portando un po’ di luce in un mondo così cupo e risonante di venti di guerra.

Per chi volesse fare una bella cura di risate con due attori strepitosi, Pirandello Pulp è in scena anche il 20 dicembre ore 21, ultima replica, al Teatro Celebrazioni.