Il 25 settembre del 2005, in via dell’Ippodromo a Ferrara, un ragazzo di 18 anni che rincasava da un concerto a Bologna, fu fermato dalla polizia per un controllo, ma non rientrò più a casa perché fu ucciso di botte da quattro agenti.
Quel ragazzo era Federico Aldrovandi e la sua tragica vicenda è diventata un simbolo degli abusi in divisa, ma anche l’emblema del coraggio e della lotta della famiglia per avere verità e giustizia. I quattro agenti responsabili della morte di Federico, dopo una battaglia lunga e irta di ostacoli, tra insabbiamenti e depistaggi, vennero condannati.
Federico Aldrovandi fu ucciso vent’anni fa: l’intervista al padre Lino
«Quando uccidono un figlio è come se uccidessero tutta la famiglia», racconta Lino Aldrovandi, padre di Federico ai microfoni del nostro corrispondente Mauro Collina. Lino ricostruisce la durezza di questi vent’anni e la ferita che non si rimargina mai completamente.
Se si è arrivati a una sentenza per l’omicidio del giovane è solo grazie al coraggio della famiglia, alla tenacia di Patrizia Moretti, madre di Federico, del padre e del fratello Stefano. E al supporto di un giornalismo che ha saputo tenere la schiena dritta e bucare il muro di gomma che si è creato nelle forze dell’ordine per proteggere gli assassini.
«Federico è stato ucciso il 25 settembre del 2005 e da subito la Questura ci disse di stare tranquilli, che presto le indagini avrebbero fatto il loro corso – racconta Lino – A Natale non si sapeva ancora nulla e del caso di Federico non si parlava più. Anche il nostro avvocato (Fabio Anselmo, poi diventato il legale di numerosi casi di abusi in divisa ndr) era preoccupato».
Fu così, che a inizio 2006, la madre Patrizia decise di aprire un blog per raccontare la vicenda di Federico. «E in quel momento il mondo ci venne incontro», ricostruisce il padre.
Un particolare merito viene riconosciuto a Checchino Antonini, allora giornalista di Liberazione, che «praticamente cominciò lui a indagare». Accanto ad Antonini arriva anche Cinzia Gubbini, giornalista del Manifesto. Poi una fitta rete di controinformazione, da Radio Città Fujiko a Radio Onda d’Urto e altre ancora.
Cinque anni dopo l’omicidio di Federico Aldrovanti anche il giornalista Rai Filippo Vendemmiati diede il proprio contributo con il documentario “È stato morto un ragazzo”.
L’interesse e il supporto del giornalismo è stato fondamentale perché, fallito l’insabbiamento dell’inchiesta, sono cominciati i depistaggi, poi accertati anche in sede giudiziale, e soprattutto il fango contro la vittima.
«Una deputata di Rifondazione, Titti De Simone, fece una domanda al Question Time al ministro degli Interni, che allora era Giuseppe Pisanu – ricorda Lino – Rispose Carlo Giovanardi, ma in pratica non rispose nulla».
Il padre di Federico si trattiene dal parlare di Giovanardi perché fu uno dei principali protagonisti della macchina del fango. La destra al governo tentò di far passare la menzogna che Federico non fu ucciso di botte, ma perché sarebbe stato un tossicodipendente. Proprio Giovanardi, il 17 marzo 2013, sostenne addirittura che il colore rosso visibile nella foto del cadavere di Federico non era riferibile a sangue, ma al cuscino sul quale poggiava la testa del ragazzo.
La tenacia della famiglia e del suo avvocato, insieme al sostegno dei media, rese possibile per la prima volta arrivare a una condanna di appartenenti alle forze dell’ordine per l’omicidio di Federico.
«Le sentenze – commenta Lino con un filo di amarezza – nelle parole furono molto più dure che nella pena. La pena fu di tre anni e sei mesi, ridotta a sei mesi con pena detentiva confermata dal Tribunale di Sorveglianza».
Il padre di Federico, a vent’anni di distanza dall’uccisione del figlio, confessa che si fa fatica a parlare sempre di questa maledetta storia. E a distanza di tempo, per lui che per quarant’anni ha indossato una divisa, è ancora difficile capacitarsi come degli agenti di polizia abbiano potuto macchiarsi di questo crimine.
Lino ci tiene anche a sottolineare, però, che le persone che sono state più vicine a lui e alla sua famiglia furono persone di sinistra. «Io per formazione e per convinzione ho voluto non portare mai nessuna bandierina – conclude – Però devo dire che la parte veramente di aiuto è venuta da persone di sinistra».
ASCOLTA L’INTERVISTA A LINO ALDROVANDI:
Ferrara ricorda Federico Aldrovandi
La città di Ferrara ricorderà Federico Aldrovandi domani, nell’anniversario del suo omicidio. “20 anni per Federico” è il titolo dell’iniziativa che comincerà alle 18.00 al Cinema Apollo della città estense. L’evento inizierà coi saluti del sindaco Alan Fabbri, per poi proseguire in un incontro moderato dal critico cinematografico Piero Di Domenico, che vedrà protagonisti Patrizia Moretti, madre di Federico, Andrea Boldrini e Nicola Scaglianti del Comitato Federico Aldrovandi 2005-2025, il giornalista Filippo Vendemmiati e Marcello Corvino, direttore artistico del Teatro Comunale di Ferrara.







