È la prima volta nella storia, almeno in quella recente, in cui un funzionario dell’Onu viene messo nel mirino di una nazione, in questo caso gli Usa di Donald Trump. Ha quindi dell’inedito la dichiarazione del segretario di Stato statunitense Marco Rubio, che vuole imporre sanzioni contro Francesca Albanese, la relatrice dell’Onu per i territori palestinesi.
Rubio ha definito «illegittimi e vergognosi sforzi per fare pressione sulla Corte Penale Internazionale affinché agisca contro funzionari, aziende e leader statunitensi e israeliani» il rapporto di Albanese sulle complicità economiche col genocidio a Gaza, intitolato “From economy of occupation to economy of genocide”. Nel rapporto è presente anche un elenco di aziende e multinazionali che si stanno arricchendo col genocidio e stanno facendo profitti sulla pelle del popolo palestinese.

L’economia del genocidio a Gaza, il rapporto di Francesca Albanese e le sanzioni Usa

Che Israele possa detestare il lavoro di Francesca Albanese è piuttosto comprensibile, visto che Tel Aviv è finita spesso all’indice per la propria sistematica violazione dei diritti umani e del diritto internazionale.
Nel 2024, ad esempio, Francesca Albanese è stata autrice di un altro rapporto, intitolato “Anatomy of a Genocide – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, Francesca Albanese”, in cui sostiene che la condotta di Israele nella Striscia di Gaza configuri il crimine di genocidio previsto dalla Convenzione sul genocidio del 1948.

Ma perché il rapporto dà tanto fastidio anche agli Usa? Una prima ragione risiede ovviamente nella stretta alleanza tra gli Stati Uniti e Israele, che è la stessa che permette al governo Netanyahu di avere la copertura per qualunque azione senza sostanziali conseguenze.
La ragione principale, che si desume anche dalle parole di Rubio, però, è che molte delle aziende messe all’indice per la propria complicità nel genocidio a Gaza sono statunitensi.
Nel rapporto, infatti, vengono individuate diversi tipi di responsabilità per società come Amazon, Alphabet, Microsoft, Palantir o Lockheed Martin.
«Il governo Usa difende con i denti la propria economia e le proprie multinazionali – osserva ai nostri microfoni Raffaele Spiga della Campagna BDS – da qualunque tipo di attacco che possa dare danno economico».

Sia gli Usa che Israele, inoltre, sembrano perseguire un’ulteriore strategia, che punta allo screditamento di tutte le istituzioni internazionali che rappresentino un ostacolo al loro operato.
«È un modo assolutamente mafioso – commenta Spiga – quello che punta a delegittimare i tribunali che li mettono sotto accusa o i funzionari dell’Onu che fanno un lavoro di indagine e ricerca molto accurate e documentate. Il risultato è quello di screditare definitivamente il diritto internazionale e le organizzazioni che ne sono emanazione per imporre la legge del più forte. È una cosa molto grave».

La Campagna BDS lavora proprio nello stesso solco dell’ultimo rapporto di Francesca Albanese, cioè individuando a diversi le complicità delle aziende con Israele e organizzando campagne di boicottaggio che hanno lo scopo di modificarne le condotte.
«Solo in Italia ci sono oltre 60 aziende complici con Israele», sottolinea Spiga, che ha spiegato come parte dei target individuati siano concordati a livello internazionale, mentre altri riguardano il contesto nazionale.
«Spesso facciamo leva sullo stesso codice etico delle aziende, individuandone le contraddizioni», conclude l’attivista.

ASCOLTA L’INTERVISTA A RAFFAELE SPIGA: